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	<title>Sinistra Critica / Rimini &#187; Nazionale</title>
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	<description>movimento per la sinistra anticapitalista</description>
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		<title>2a Conferenza Nazionale. Documento analitico.</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 08:48:43 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[conferenza nazionale 2009]]></category>
		<category><![CDATA[documenti]]></category>

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		<description><![CDATA[1. Marx  e il tempo della crisi
L&#8217;avanzare della crisi, di cui c&#8217;erano evidenti segni da più di un anno, ha fatto materializzare un fantasma. Nell&#8217;autunno del 2008 Karl Marx è stato più volte citato negli editoriali di autorevoli giornali statunitensi e in uno di questi il suo volto ironico si sovrappone a quello della statua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><strong>1. Marx  e il tempo della crisi</strong></p>
<p>L&#8217;avanzare della crisi, di cui c&#8217;erano evidenti segni da più di un anno, ha fatto materializzare un fantasma. Nell&#8217;autunno del 2008 Karl Marx è stato più volte citato negli editoriali di autorevoli giornali statunitensi e in uno di questi il suo volto ironico si sovrappone a quello della statua della Libertà. Se di fronte alla crisi perfino gli intellettuali organici del dollaro evocano immediatamente Marx, sarebbe paradossale che Sinistra Critica non facesse altrettanto.</p>
<p>Pensare Marx e pensare con Marx non significa supporre che ogni verità sia già scritta in un Libro, che si deve ora solo comprendere e reinterpretare. Non significa rimuovere l&#8217;ovvietà che il mondo di oggi è assai diverso da quello dell&#8217;autore del Capitale. E nemmeno ignorare il carattere incompiuto della sua ricerca, le contraddizioni inevitabili nel suo sforzo di cogliere le logiche di fondo di un modo di produzione già complesso ai suoi tempi.</p>
<p>Pensare con Marx significa prima di tutto praticare l&#8217;anticapitalismo e raccontarlo. La natura negativa del termine traduce adeguatamente uno stato di cose in cui i soggetti e i percorsi dell&#8217;alternativa sono incerti e sperimentali, ma in cui un dato risulta invece con assoluta certezza. Il dato è che l&#8217;umanità non può più reggere il peso dell&#8217;appropriazione privata delle ricchezze e le logiche distruttive dell&#8217;economia capitalistica. Anche prima che la crisi diventasse evidente e in periodi di crescita sostenuta, abbiamo ricordato i prezzi pagati ogni giorno al capitalismo in termini di distruzione dell&#8217;ambiente, di guerre e di forte crescita delle ingiustizie. Ma nell&#8217;immaginazione popolare il capitalismo è stato negli ultimi decenni il modo di produzione più capace di assicurare benessere e ricchezza e l&#8217;aspirazione a una società, in cui i principali mezzi della produzione siano socializzati, si è scontrata con la memoria negativa del “socialismo reale”.<br />
<span id="more-106"></span></p>
<p>La crisi modificherà profondamente questa percezione della realtà, ma il modo dipende dalle variabili dei conflitti sociali e politici. Quel che la crisi cambia rispetto al recente passato è che le assurdità e le ineguaglianze su cui i profitti hanno continuato a crescere, più o meno nell&#8217;ultimo quarto di secolo, faranno più male e lasceranno sul terreno un gran numero di feriti e di morti.</p>
<p>La crisi rappresenta prima di tutto un&#8217;occasione perché un numero maggiore di lavoratori e lavoratrici, di disoccupati-e, di studenti, di pensionate-i  saranno portati a chiedersene le ragioni e saranno più disponibili ad accogliere interpretazioni e risposte. Tuttavia se soggetti politici radicati nel corpo sociale non tradurranno la verità in narrazioni semplici, capaci di un&#8217;efficace critica anticapitalistica, il disagio di masse impoverite e inquiete sarà ancora una volta dirottato verso guerre tra poveri e capri espiatori.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>2. Un capitalismo senza lacci, argini e rigidità</strong></p>
<p>L&#8217;evocazione di Marx non è certo gratuita. Al fondo della crisi operano infatti le stesse dinamiche che egli aveva descritto nel suo lavoro teorico: la tendenza alla creazione di un mercato mondiale, l&#8217;alternarsi ciclico di periodi di sviluppo e di declino; le crisi nei loro aspetti contraddittori di meccanismi di riequilibro e di tendenze ricorrenti al collasso e al disastro; il paradosso di crisi prodotte non dalla penuria ma da sovrapproduzione di merci o da sovraccumulazione di capitali ecc. E&#8217; capitato alla sinistra europea, nelle sue versioni socialdemocratica  e post-stalinista, di perdere Marx per il prevalere degli interessi d&#8217;apparato, ma nello stesso tempo anche per l&#8217;incapacità di riconoscerne le sembianze.</p>
<p>Dopo i “trenta anni gloriosi” (1945-1975) e un periodo di transizione l&#8217;economia mondiale ha ripreso a svilupparsi, sia pure passando attraverso una serie di crisi finanziarie, di fenomeni di stagnazione e recessioni locali. Il capitalismo ha conosciuto quindi una lunga fase di accumulazione senza rotture simili a quelle della Grande Depressione o della Seconda guerra mondiale, che ne fu a suo modo l&#8217;effetto.  Francois Chesnais osserva che la lunghezza della fase di accumulazione ha consentito al capitale di appropriarsi della prassi sociale e di forgiare un tipo di società globale fortemente segnata dalla sua morsa ben al di là della sfera economica. Bisogna aggiungere all&#8217;osservazione di Chesnais che la morsa del capitale ha agito con forza devastante anche sul pensiero delle sinistre europee. Esse hanno finito col convincersi che il capitalismo fosse capace di continui adattamenti e di infinite metamorfosi e che Marx fosse inutilizzabile per orientarsi nel presente. Molte cose sono sfuggite a questa superficiale convinzione, ma è possibile qui ricordarne una soltanto. Karl Marx ha potuto descrivere le dinamiche di fondo proprie di un modo di produzione. Non ha potuto ovviamente descrivere i fenomeni di natura sociale, politica, militare, culturale, simbolica ecc. che hanno costretto il capitalismo ad aggiustamenti e trasformazioni. Il più importante tra questi è stata l&#8217;esistenza di quell&#8217;insieme internamente conflittuale e suo malgrado sinergico che abbiamo chiamato nel Novecento “movimento operaio”. Sconfitto il movimento operaio ha potuto affermarsi un capitalismo senza rigidità, senza argini, senza lacci e abbandonato alle proprie specifiche logiche interne.</p>
<p>La crisi rende ora evidente che questo capitalismo non è in grado di assicurare, nemmeno nei paesi più ricchi del mondo, il minimo di garanzie necessarie per vivere dignitosamente. Prima della crisi, senza crisi o durante le sue crisi parziali il capitalismo ha potuto continuare a vivere solo generando una vera e propria società dell&#8217;ingiustizia.</p>
<p>Per continuare a produrre rendite e profitti ha dovuto ridurre drasticamente il potere dei sindacati, mettere in concorrenza la forza-lavoro sul piano mondiale, comprimere i salari, aumentare la giornata di lavoro, precarizzare e frammentare il lavoro. La stagnazione dei consumi di massa  e quella dello stock di capitale fisso sono stati compensati da un processo di finanziarizzazione non nuovo, se non nello spessore e nell&#8217;estensione. I profitti non reinvestiti nella produzione sono diventati capitali di prestito, rendita su energie, materie prime, fondi pensione ecc. I capitali nomadi alla ricerca dei rendimenti più alti hanno generato altri capitali a loro volta alla ricerca di iper-rendimenti, provocando fenomeni di sovraccumulazione, di speculazione e di vera e propria rapina. Le privatizzazioni e i progetti di privatizzazione (energie, salute, istruzione, acqua ecc.) sono uno degli effetti di questa affannosa ricerca di rendite finanziarie. La finanza ha reso possibile la crescita del numero dei possessori di rendite e la crescita dei loro consumi.</p>
<p>Le dinamiche prodotte da un capitalismo libero di agire secondo la propria natura hanno avuto come conseguenza la perdita dei livelli di vita e dei diritti acquisiti dal lavoro salariato in Europa dopo la seconda guerra mondiale.</p>
<p>L&#8217;idea che negli ultimi decenni i poveri siano diventati più poveri e i ricchi più ricchi non è un luogo comune, ma una realtà testimoniata anche da istituzioni ed enti al di sopra di ogni sospetto. Nel 2007 la BRI, la Banca per i regolamenti internazionali, un istituto dipendente dalla Banca centrale europea, ha calcolato che nei precedenti 15 anni si è realizzato in Italia un gigantesco trasferimento di ricchezza dai salari ai profitti. Ogni anno, al valore attuale della moneta, 120 miliardi di euro sono passati dai redditi da lavoro a quelli da capitale con una media di 7000 euro l&#8217;anno persi da ogni singolo lavoratore o lavoratrice, in attività o in pensione, in base alla ricchezza prodotta.</p>
<p>La crisi colpisce quindi un corpo sociale già profondamente indebolito e un lavoro   salariato che non è più classe. Nessuna risposta alla crisi sarà possibile se non si risolve il problema non aggirabile di dare alla critica il corpo di milioni di donne e di uomini, consentendo a Marx di andare oltre le riviste finanziarie e la ricerca universitaria, sia pure autorevole e comunque significativa.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>3. La crisi di un modello</strong></p>
<p>La crisi travolge prima di tutto il modello statunitense fondato sul sovraconsumo a credito finanziato dal resto del mondo. Tra il primo trimestre del 1998 e il primo trimestre del 2008 il PIL degli USA è aumentato del 31%, ma solo una limitata percentuale di popolazione ha fruito della crescita economica. Emmanuel Saez ha mostrato che nel 2006 il 50% del reddito annuo andava al 10% della popolazione con un livello della concentrazione della ricchezza superiore a quello della vigilia della crisi degli anni Trenta. Hanno contribuito a sostenere questo tipo di crescita, fondato sul consumo dei più agiati, le spese militari e uno spettacolare abbassamento delle tasse.</p>
<p>Vale la pena di fare un&#8217;osservazione non marginale per le sue implicazioni politiche. Nel 20% della popolazione americana che ha fruito della crescita sono inclusi anche gli strati più alti del lavoro salariato, il cui consumo è aumentato non per una progressione dei salari ma per una forma di partecipazione alla distribuzione del plusvalore. Dall&#8217;altra parte anche a settori molto meni agiati è stata data l&#8217;impressione di poter partecipare allo shopping malgrado la compressione dei salari, attraverso il consumo a credito più abbordabile grazie ai bassi tassi di interesse. Ne è derivato un coinvolgimento, in parte obiettivo e in parte psicologico, di ampi settori del lavoro salariato nello stesso sistema che lo ha messo nel tritacarne di quello che Patrick Artus ha chiamato “modello antifordista”. Un modello – come si è già detto – in cui la redditività delle imprese di fonda su una alterazione profonda della divisione in favore dei profitti.</p>
<p>Ora la festa è finita. Gli Stati Uniti sono il paese più indebitato del mondo e oltre ogni limite in passato immaginabile. La spettacolare riduzione delle tasse accompagnata dall&#8217;aumento delle spese militari ha riaperto la voragine della spesa statale. Il rilancio dei consumi in presenza di una stagnazione dello stock di capitale fisso, la crescita più rapida delle importazioni che delle esportazioni ha aggravato il deficit del commercio estero, mentre l&#8217;indebitamento delle famiglie accelera e diffonde i fenomeni di impoverimento che avevano già caratterizzato gli anni delle vacche grasse. La sua potenza militare e politica ha consentito finora agli stati Uniti di reggere una situazione paradossale, facendo leva in modo particolare sull&#8217;importazione di capitale “contrariamente a tutte le definizioni classiche dell&#8217;imperialismo”, come commenta Michel Husson.</p>
<p>E&#8217; necessario comprendere quale ruolo ha avuto nella crisi l&#8217;elezione di Obama, che non è affatto un episodio casuale o secondario. Inutile dirci che Obama farà ben poco di diverso da ciò che avrebbe fatto McCain. Il suo programma del resto è più moderato di quello della stessa Hillary Clinton.</p>
<p>Sarebbe stato però politicamente poco intelligente guardare con sprezzante ironia l&#8217;emozione che la sua elezione ha suscitato in tutto il mondo per il valore simbolico della presenza di un afroamericano alla casa Bianca.</p>
<p>Tuttavia l&#8217;aspetto che ci interessa è un altro. Decisivi settori delle oligarchie economiche statunitensi hanno scelto a un certo momento di puntare su Obama perché la sua popolarità in America e nel mondo risolve, sia pure solo per un momento, il problema del consenso, della legittimità di un modo di produzione che la crisi delegittima anche agli occhi dei più ingenui. Bisogna poi avere chiara la ragione della popolarità di Obama, che solo in parte deriva dal valore politico dell&#8217;ascesa di un afro-americano al ruolo di simbolo incarnato del potere. Nell&#8217;elettorato nordamericano è scattato a un certo punto il meccanismo psicologico che si chiama “spostamento”: una diversità di colore della pelle (ovviamente con le sue implicazioni storiche) è stata spostata sul piano politico e inconsciamente trasformata in una promessa di diversa gestione della direzione politica del paese.</p>
<p>L&#8217;impopolarità di Bush e l&#8217;esigenza generalizzata di cambiare, che hanno fatto della parola ”cambiamento” il termine più utilizzato nella campagna elettorale, ha sospinto l&#8217;afro-americano Obama alla carica più prestigiosa del mondo. Alcuni mesi dopo la sua elezione i fatti confermano ciò che era facile prevedere: al di là delle differenze di immagine e di stile, il nuovo presidente degli Stati Uniti non fa e non potrà fare nulla di sostanzialmente diverso da ciò che ha fatto il suo predecessore e che avrebbe fatto il suo rivale McCain.</p>
<p>La rivoluzione immaginaria di Obama merita attenzione anche perché le questioni del consenso e della mediazione politica torneranno a essere per il capitalismo cruciali e non sempre e non dappertutto essa produrrà eventi almeno simbolicamente così positivi. Al contrario non di rado le crisi aprono la via al potere di avventurieri e di dementi di ogni risma.</p>
<p><strong>4. La coscienza di classe del capitalismo e lo “choc esogeno”</strong></p>
<p>Indipendentemente da ogni considerazione sugli esiti, questa è l&#8217;occasione per riflettere su ciò che Ernest Mandel intendeva riferendosi allo sfinimento storico del “capitalismo della terza età”. L&#8217;attuale stato di cose rivela comunque che fattori di crisi numerosi e combinati si sono accumulati nelle dinamiche economiche degli ultimi decenni.</p>
<p>Tutte le fonti interessate a tranquillizzare (vedi per esempio l&#8217;editoriale di Focus- Banca Nazionale del Lavoro del 10 ottobre 2008) sono state così rapidamente smentite da far apparire adesso superflua ogni polemica. Le dimensioni della crisi sono ormai evidenti e la discussione magari è sui modi per attutirla e i sui tempi della sua durata.</p>
<p>Bisogna quindi prima di tutto contrastare l&#8217;idea che il capitalismo abbia imparato a gestire le proprie contraddizioni grazie alla “coscienza di classe” dei protagonisti delle vicenda economica. La consapevolezza reale o presunta di istituzioni e oligarchie economiche non sarebbe comunque sufficiente ad affrontare questo tipo di crisi. Interessi conflittuali, poteri cristallizzati, incognite e dinamiche che nessuno è in grado di controllare decideranno molto di più che la consapevolezza.  Già ora Naomi Klein spiega come negli Stati Uniti l&#8217;intervento statale di soccorso alla finanza ottiene il solo effetto di accrescere il suo potere e tende quindi ad aggravare piuttosto che a ridurre i fattori di crisi.</p>
<p>Le misure più avanzate messe in atto dopo la crisi del &#8216;29 appaiono oggi molto meno praticabili a causa dello spessore dell&#8217;indebitamento e del livello a cui è giunta una contraddizione specifica e mai risolta. Si tratta della contraddizione tra la tendenza ad aumentare il tasso di sfruttamento per compensare il calo della percentuale di profitto prodotta dall&#8217;innovazione tecnica e la necessità di un incremento sempre maggiore delle vendite.  Inoltre non bisogna dimenticare che la crisi del &#8216;29 fu risolta da un insieme di disastri e di fenomeni distruttivi di esseri umani e di ricchezze: il crac economico, il supersfruttamento dei regimi fascisti e conservatori, i milioni di morti della guerra e il ruolo economico assunto dagli armamenti anche dopo il 1945.</p>
<p>Vale la pena di citare ancora Ernest Mandel, che ricordava un fenomeno proprio del capitalismo maturo. Se il passaggio da un&#8217;onda lunga espansiva a un&#8217;onda lunga recessiva risulta “automaticamente” da fattori economici, non è così per il passaggio in senso inverso che richiede uno “choc esogeno”, esterno cioè alla sfera economica. Dopo il &#8216;29 appunto il fascismo, la guerra e il riarmo successivo alla guerra.</p>
<p>Tuttavia, come sono per il capitalismo oggi problematiche le soluzioni progressive, lo sono altrettanto quelle aggressive e traumatiche, ma la cosa in sé non può tranquillizzarci.  La coscienza di classe del capitalismo (o almeno delle sue élites capaci di pensiero politico) è sufficientemente sviluppata per non ignorare i rischi di un rilancio di simili espedienti in presenza del livello attuale dei conflitti e del loro potenziale distruttivo. Non è tuttavia abbastanza sviluppata perché non siano i profitti a dettare le direzioni e le dinamiche di un eventuale “choc esogeno”  prossimo venturo.</p>
<p>Bisognerebbe porsi di fronte alla crisi con un&#8217;acquisizione intellettuale almeno, al di là di ogni considerazione sulla sua attualità e sulle possibilità di realizzazione. L&#8217;alternativa non può essere che uno “choc esogeno” di segno opposto a quello latente nei meccanismi e nelle logiche di fondo del modo capitalistico di produzione. Anticapitalismo significa anche questo.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>5. La crisi del rapporto dell&#8217;umanità con il suo ambiente materiale</strong></p>
<p>La crisi economica è inscritta in un&#8217;altra crisi, quella del rapporto tra l&#8217;umanità e il suo ambiente materiale. Le due crisi non si sommano, anche perché si collocano su dimensioni di tempo diverse, ma sono destinate comunque a condizionarsi reciprocamente. Sono condizionati allora anche programmi,  progetti di redistribuzione delle ricchezze e modelli economici, soprattutto perché l&#8217;emergenza maggiore (l&#8217;emergenza climatica) ha a che fare con la produzione e con l&#8217;attività economica in genere.</p>
<p>Oggi non basta più evocare le energie alternative e lo sviluppo compatibile: lo stato delle cose è ormai tale da imporre modifiche essenziali nel modo di pensare stesso. A leggere le prudenti previsioni degli organismi governativi incaricati di indagare sui cambiamenti di clima, l&#8217;accelerazione del surriscaldamento impedirà nel prossimo futuro una stabilizzazione al di sotto del livello critico. Comunque e anche nella migliore delle ipotesi la stabilizzazione avverrà al di sopra di quella soglia con la conseguenza (tra le altre) di un sensibile innalzamento del livello dei mari. Una parte delle pianure costiere, in cui vive più del 50% dell&#8217;umanità, potrebbe quindi diventare inabitabile prima della fine del secolo. Questa prospettiva impone di cominciare a ridurre le emissioni al massimo entro il 2015 e di arrivare a una riduzione dal 50 all&#8217;85% entro il 2050. Visto che il livello di pericolo è stato sorpassato,questi obiettivi devono essere necessariamente considerati degli imperativi e delle condizioni sine qua non della sopravvivenza.</p>
<p>Il “New Deal verde” di Obama conferma che parte delle oligarchie economiche e delle loro istituzioni pensano alla riparazione dei guasti ambientali come a una possibilità di rilancio dell&#8217;economia. Può essere davvero questo lo choc di cui il capitalismo bisogno ?   Un riformismo ecologista non è del tutto impossibile  e non esiste ragione per escludere che reazioni di difesa di sé come specie si manifestino anche nei gruppi sociali egemoni. Soprattutto se la coscienza di specie si mostra poi in grado di garantire  rendite adeguate e i consistenti profitti. Un riformismo ecologista è auspicabile di fronte all&#8217;estrema gravità della crisi ambientale e all&#8217;arretratezza dei percorsi di costruzione di alternative al capitalismo e alle modalità attuali della sua esistenza.</p>
<p>Non è tuttavia questo il terreno su cui Sinistra Critica ha interesse a collocarsi. Se infatti si può anche ritenere possibile e auspicabile, si deve invece escludere che il riformismo sia davvero in grado di risolvere la crisi o anche solo invertire significativamente le tendenze distruttive innescate dal capitalismo. Prima di tutto è legittimo dubitare dell&#8217;entità effettiva della riparazione dei guasti. “Sviluppo sostenibile” è diventato uno slogan dietro il quale o non c&#8217;è nulla o c&#8217;è addirittura il contrario di ciò che esso dice, visto che anche la Banca Mondiale ha fatto proprio l&#8217;obiettivo e che esiste in Francia un ministero dell&#8217;Ecologia e dello Sviluppo sostenibile. Un blocco potentissimo di interessi, di cui fanno parte gli oligopoli del petrolio e di produzioni ad alta intensità inquinante, rappresenta un macigno sulla via verso altre possibilità. E&#8217; vero che i capitali sono nomadi e possono spostarsi da un settore all&#8217;altro. Non è vero invece che gli spostamenti siano sempre così semplici e indolori.</p>
<p>In secondo luogo non saranno certo interrotte le produzioni e le spoliazioni inquinanti e devastanti con conseguenze accelerate dalla logica degli effetti cumulativi. Non si può elaborare un teorema sul rapporto tra la velocità dei due fenomeni: la riparazione dei guasti e il loro incremento. Si può dire invece con certezza che saranno i dividendi e non lo stato dell&#8217;ambiente a decidere. Inoltre riparazioni che abbiano i dividendi come stella polare possono avere come effetto collaterale l&#8217;aggravarsi di altri aspetti della crisi ambientale. Si pensi per esempio a un rilancio del settore dell&#8217;automobile fondato sull&#8217;uso obbligatorio di energie non inquinanti (di cui sono già stati fatti  esperimenti solo parziali) e a ciò che significherebbe di nuova appropriazione di risorse e disseminazione di rottami. Infine resta aperta la possibilità di scaricare gli effetti della crisi ambientale su settori sociali e paesi più deboli con una diversificazione ulteriore della condizione umana e il consolidamento della logica per cui esistono aree del mondo in cui vive una sottospecie  contro la quale è lecito fare di tutto.</p>
<p>Alla gravità dell&#8217;attuale stato di cose non risponde nemmeno la teoria della decrescita, che si fonda sulla convinzione che qualsiasi attività umana, in un ambiente finito quale la Terra, sia destinata a produrre danni irreversibili. Data la premessa, la decrescita può essere intesa quindi solo come decelerazione del movimento verso il punto in cui il pianeta dovrebbe essere per gli esseri umani comunque invivibile. Nessun margine di manovra è lasciato alle diverse forme di organizzazione della società, non esiste cioè alcuna possibilità di un modello di sviluppo diverso. Eliminati dall&#8217;orizzonte i rapporti sociali, la possibilità e l&#8217;utilità di cambiarli, alla teoria della decrescita non resta che elevare la povertà e l&#8217;arretratezza del Sud del mondo al rango di “differenza” e sottolinearne il valore.  Il progresso, la soddisfazione di bisogni elementari, la piena occupazione, l&#8217;istruzione, lo Stato assistenziale ecc. sono solo miti della cultura occidentale e ogni tentativo di trapiantarli altrove non può essere altro che pretesa neocoloniale. Si chiede talvolta anche una “redistribuzione” tra Nord e Sud ma, dal momento che rapporti di forza e conflitti sociali non fanno parte dell&#8217;orizzonte dei sostenitori della decrescita, non si capisce come la redistribuzione potrebbe avvenire. Al Nord si fa appello soprattutto al senso di responsabilità individuale, tragicamente inadeguato rispetto all&#8217;entità dei problemi.</p>
<p>Questo non significa che un problema di contenimento della produzione non si ponga nella fase della transizione. La transizione verso una stabilizzazione del riscaldamento climatico ai livelli previsti impone infatti di produrre isolanti, rinnovare milioni di case, investire nelle ferrovie pubbliche, costruire pannelli solari ecc. Tutto questo significa un consumo di energie che nei primi anni sarebbe necessariamente fossile, un aumento delle emissioni in proporzione e l&#8217;impossibilità di cominciare a ridurle entro il 2015.</p>
<p><strong>6.         La crisi di civiltà, il suo rovescio e le sue direzioni di marcia</strong></p>
<p>Gli anni della finanziarizzazione e della messa in concorrenza globale della forza lavoro hanno conosciuto anche le manifestazioni di una complessiva crisi di civiltà. Non c&#8217;è bisogno di insistere sulla ragioni che l&#8217;hanno determinata: le dinamiche economiche e sociali hanno sconvolto l&#8217;esistenza di intere comunità umane; la decomposizione del movimento operaio del Novecento le ha private di un punto di riferimento portatore di critiche e di discriminanti razionali.</p>
<p>Le reazioni si sono quindi ulteriormente diversificate e l&#8217;immaginazione politica si è girata all&#8217;indietro per il venir meno di un orizzonte in qualche modo progressivo.</p>
<p>Non si tratta di operare riabilitazioni postume delle burocrazie, né di quelle al potere, né di quelle delle società capitalistiche. L&#8217;una e l&#8217;altra hanno collaborato attivamente alla sconfitta anche su questo piano.  Per esempio il ruolo politico dell&#8217;Islam nelle resistenze antimperialiste e la crisi delle resistenze laiche (nazionaliste e-o socialisteggianti) deve molto alla debole opposizione del partito comunista iraniano contro la feroce autocrazia dei Pahlavi e all&#8217;invasione sovietica dell&#8217;Afghanistan. Allo stesso modo nei paesi dell&#8217;Europa orientale la schiacciante repressione burocratica contro ogni opposizione e lo spazio lasciato alle Chiese ortodossa e cattolica, in una sorta di “compromesso storico” utile a entrambe le parti, hanno consentito l&#8217;esistenza di un margine non del tutto omologato in cui forme di blanda resistenza hanno potuto raccogliersi e sopravvivere. Anche in Europa occidentale e in Italia in modo particolare, esiste un evidente legame tra un&#8217;assenza (quella dell&#8217;organizzazione del lavoro salariato) e la crescita del ruolo politico della burocrazia vaticana. Vale la pena di ricordare che il marxismo europeo, sia quello occidentale nel XIX secolo, sia quello orientale agli inizi del XX, hanno dovuto spesso  strappare l&#8217;egemonia politica a sette religiose in ambienti operai e contadini.</p>
<p>Abbiamo assistito all&#8217;ascesa di nuove destre, in questa fase più capaci delle sinistre di adeguarsi ai bisogni e ai tempi senza perdere la loro funzione. Si è rafforzato il mito delle “piccole patrie”, privato ormai della carica di radicalità che lo aveva caratterizzato negli anni Sessanta e Settanta. Si sono soprattutto diffuse nuove forme di razzismo in parte diverse da quelle del passato, ma che svolgono la medesima funzione di gerarchizzazione del lavoro salariato e diversivo.</p>
<p>Sarebbe un errore tuttavia credere che dall&#8217;inizio degli anni Ottanta si siano manifestati solo fenomeni di regressione. Esiste ancora una contraddizione tra le reazioni conservatrici su cui il capitalismo fa leva e l&#8217;impossibilità di conservazione propria dei suoi meccanismi di fondo.</p>
<p>L&#8217;intellettualizzazione del lavoro subalterno ha prodotto inedite capacità di autorganizzazione, che non possono essere idealizzate, ma che avranno certamente un ruolo nella costruzione di un nuovo movimento operaio. La femminilizzazione del lavoro ha significato precarizzazione e perdita di diritti, ma l&#8217;immissione di un numero sempre maggiore di donne nel mercato del lavoro ha rappresentato il sostegno materiale di un&#8217;ondata femminista di lunga durata, di cui sono ancora evidenti gli effetti nelle nuove generazioni femminili.</p>
<p>Nello stesso periodo si è sviluppato negli USA, in Europa e in America latina il movimento di lesbiche, gay e trans divenuto ormai una componente attiva della lotta contro l&#8217;involuzione culturale e politica.  L&#8217;elezione di Obama, al di là di qualsiasi giudizio sugli interessi di cui è l&#8217;espressione, rende evidente l&#8217;acqua passata sotto i ponti dal tempo della lotta per i diritti civili, anche se la società statunitense resta ancora caratterizzata da un razzismo tenace e diffuso. La funzione politica della Chiesa cattolica non cancella la crisi delle vocazioni, le difficoltà a misurarsi con i processi di laicizzazione e con la pluralità e fluidità delle mitologie, le secessioni silenziose e le conversioni ad altre religioni in America latina. Il ritorno di Marx nell&#8217;economia politica e nella cultura accademica, da cui era stato emarginato per narrazioni filosofiche più capaci di descrivere la frammentazione, è un sintomo da non sottovalutare. Anche se da questo non deriva necessariamente il ritorno di Marx nella politica.</p>
<p>Ricordare il rovescio della crisi di civiltà è essenziale. Se infatti nel giusto intento polemico di sottolineare gli effetti deleteri della globalizzazione si chiude l&#8217;orizzonte, diventa impossibile pensare il superamento dell&#8217;attuale stato di cose. Seguire un percorso di alternativa significa anche individuare le correnti della storia che vanno nella direzione più favorevole ai nostri propositi e tentare di inserirvisi, sostituendo all&#8217;immagine del rivoluzionario che naviga contro corrente quella del collettivo che sa almeno in quale direzione procedere insieme.</p>
<p>La crisi economica è certamente destinata a produrre la crisi delle ideologie e del senso comune diffusi negli ultimi decenni, cioè la crisi della crisi. Ma in questo caso due negazioni non necessariamente affermano. Crisi della crisi significa solo trasformazione, cambiamento ulteriore. Ciò che avverrà nel prossimo futuro sarà un&#8217;accentuazione dei fenomeni già presenti da tempo con la possibilità di veri e propri salti qualitativi. O nel senso di una mutazione in peggio o nel senso inverso di una verifica che l&#8217;ideologia (nel senso di falsa coscienza)  di fronte alla crisi economica è una coperta corta che non copre una parte troppo ampia dell&#8217;indispensabile consenso.<strong> </strong></p>
<p><strong>7. </strong><strong>Una destra pericolosa e instabile</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Si deve prendere atto che il primo cambiamento politico sotto la pressione della crisi in Europa non è stato certo il rilancio delle sinistre, perché progetti e orientamenti politici non si manifestano spontaneamente e come reazione a uno stato di cose.</p>
<p>Le elezioni europee del 2009 hanno registrato dappertutto più che la vittoria delle destre, la sconfitta delle sinistre. E non solo: quasi dappertutto si rafforzano partiti razzisti, xenofobi e in qualche caso, come in Ungheria, antisemiti. In Gran Bretagna il British National Party conquista il 6,5% dell&#8217;elettorato e i suoi primi due seggi nel parlamento europeo; in Olanda il partito islamofobo e anti-immigrati di Geer Wilders è passato dal 5,9% delle elezioni del 2006 al 16-17% delle elezioni del 2009; in Romania, in Austria, in Bulgaria, in Belgio si sono rafforzate le formazioni razziste, in qualche caso radicate in ambienti del vecchio collaborazionismo nazista. In Italia la Lega è addirittura al governo e con un forte potere di condizionamento, come dimostra la vicenda delle ronde, cioè della legalizzazione delle tradizionali squadracce di estrema destra, per ora in funzione antimmigrati.</p>
<p>Non avrebbe senso discettare su quanto pericolo ci sia oggi e in prospettiva nei prossimi anni. La presenza di una destra dai connotati razzisti e fascisteggianti e di una destra moderata che la copre e crea il clima più adatto alla sua proliferazione, deve essere considerata condizione sufficiente a fare dell&#8217;antifascismo e della lotta antirazzista uno dei principali compiti di un&#8217;associazione anticapitalista come Sinistra Critica.</p>
<p>Esiste tuttavia anche il problema di capire le destre nei loro tratti tradizionali e nuovi; in ciò che ripete vecchie pratiche e in ciò che è a suo modo riflesso di una società diversa. Diversa da quella degli anni Venti e Trenta, ma diversa anche da quella degli anni Cinquanta. Da questo punto di vista l&#8217;Italia può credibilmente essere assunta come angolo di visuale, perché è toccato al nostro paese essere ancora una volta il laboratorio di un esperimento  in <em>itinere</em> e quindi dagli esiti incerti.</p>
<p>L&#8217;Italia è stata e resta laboratorio perché il vuoto politico creatosi nei primi anni Novanta ha potuto essere occupato da fenomeni vecchi e nuovi della società italiana senza o con una più debole mediazione conservatrice dei ceti politici.</p>
<p>Il potere mediatico di Berlusconi, la frammentazione del lavoro salariato e la sua tendenziale gerarchizzazione razzista hanno impresso alla leadership berlusconiana una caratteristica plebiscitaria in sintonia con i processi sociali e culturali di “americanizzazione” delle società europee in cui il movimento operaio del Novecento è ormai disperso.</p>
<p>La vocazione plebiscitaria di Berlusconi ha trovato sostegni in forze e isitituzioni tradizionali e di notevole “spessore reazionario”. Le burocrazie cattoliche (governate oggi dalla loro destra), le mafie che fanno da tramite tra attività imprenditoriale e politica, correnti fasciste con ruoli negli apparati di Stato e nel governo rendono l&#8217;Italia un caso specifico in Europa occidentale. Ma specifico non vuol dire avulso dal contesto europeo; vuol dire con tratti più marcati in senso conservatore e reazionario.</p>
<p><strong>8. La condizione prima per affrontare la crisi</strong></p>
<p>La parte delle sinistre europee che eredita le tradizioni socialdemocratica e post-stalinista soffre da troppo tempo di paralisi del pensiero. La convinzione che non esista forza capace di imprimere alla storia una direzione diversa da quella determinata dalle logiche di fondo del capitalismo, è profonda.  Le evocazioni del sole dell&#8217;avvenire sono state nella stessa sinistra radicale poco più più che espedienti per strappare applausi in chiusura di assemblee e di congressi. L&#8217;audacia del pensiero si è spinta in realtà non oltre l&#8217;auspicio a un ritorno dell&#8217;intervento dello Stato, come se davvero finora non fosse intervenuto nell&#8217;economia. Su questo tema sono chiarificatrici le cose scritte da Bellofiore e Halevi: se non si capisce che l&#8217;intervento pubblico non se n&#8217;è mai andato, non si capisce il nuovo capitalismo e la crisi. Anzi – aggiungono – più la crisi si aggrava più il vecchio armamentario del New Deal viene saccheggiato dai neoliberisti : sostanziale nazionalizzazione della finanza e dell&#8217;immobiliare, ricapitalizzazione diretta del sistema bancario, estensione delle garanzie sul credito bancario. Le ipotesi di soluzioni di tipo keynesiano, che per la stessa sinistra della sinistra (vedi la Rifondazione di Fausto Bertinotti) sono state finora l&#8217;unico orizzonte immaginabile , non risolvono. Anche perché rivoluzione monetarista, era reaganiana, New Economy ecc. hanno le loro radici proprio nell&#8217;epoca keynesiana.</p>
<p>Tuttavia l&#8217;evocazione continua del keynesismo non è senza ragione. Esso rappresenta infatti il feticcio dell&#8217;unica evoluzione possibile della crisi che non implichi un&#8217;esacerbazione della concorrenza e un incremento dello sfruttamento e delle delocalizzazioni. In ultima analisi solo un intervento dello Stato o di istituzioni sovranazionali di tipo statale può arrestare la crisi e sventare i rischi di esiti disastrosi, di cui è difficile prevedere la natura solo perché nella realtà attuale ne sono iscritti di numerosi e diversi.</p>
<p>Ma prima di ogni altra considerazione, ricetta o consiglio bisognerebbe formulare una precisa domanda: quali forze sociali, quale insieme politico-sociale sono in grado di condizionare l&#8217;intervento statale in modo che esso significhi occupazione nuova e stabile, aumento dei salari, rilancio del Welfare e scelte di politica economica  che consentano di cominciare a ridurre le emissioni entro la data improrogabile del 2015 ecc ?</p>
<p>Dal momento che con troppa evidenza questa domanda si pone e che il proletariato non sembra proprio nelle condizioni migliori per candidarsi a indirizzare l&#8217;intervento statale, la tentazione di inventarsi possibili alleati in settori decisivi delle oligarchie economiche è sempre forte. La parte migliore del New Deal e i suoi effetti nel tempo continuano ad agire sull&#8217;immaginazione politica delle sinistre come promessa e premessa di un riformismo eternamente possibile.</p>
<p>Ipotizzare una specie di ritorno al fordismo, che rappresenterebbe una svolta auspicabile, anche se non rivoluzionaria, significa non tenere di un  particolare decisivo, al di là delle considerazioni di ordine economico. Il “nuovo patto” fu possibile perché esistevano due contraenti, uno dei quali era rappresentato da un movimento sindacale radicato in un proletariato strutturalmente forte e bene organizzato. Il vero problema non è quindi cercare possibili alleati nelle oligarchie economiche ma  ricostituire nel lavoro salariato (femminile e maschile, migrante e nativo, in formazione e a riposo, stabile e precario, intellettuale e manuale ecc.) l&#8217;insieme capace di condizionare gli esiti della crisi in senso riformista o rivoluzionario.</p>
<p>Se l&#8217;attenzione si sposta su questo piano allora il problema non è più la ricerca di alleati -  comunque inesistenti finché non esiste un soggetto in grado di imporre l&#8217;alleanza -  ma l&#8217;insieme delle lotte, delle pratiche sociali, delle forme organizzative ecc. capaci di rendere effettive le potenzialità esistenti nel corpo sociale.</p>
<p><strong>9. I difficili percorsi verso l&#8217;alternativa</strong></p>
<p>L&#8217;insistenza sul termine negativo “anticapitalismo”non significa affatto che Sinistra Critica non proponga alternative e per ovvi motivi. Prima di tutto perché la critica a qualcosa non si fa che in nome di qualcosa d&#8217;altro e per questo la logica delle alternative è in gran parte implicita nelle critiche stesse. In secondo luogo perché gli aggettivi comunista-ecologista-femminista, inscritti nel suo simbolo, delineano senza possibilità di equivoci orizzonti carichi di significati. Infine perché dopo la prova del Novecento e di fronte allo spessore dei problemi del presente non è più possibile ripetere quel che, a suo tempo giustamente, Marx affermava e cioè che non era opportuno fornire ricette per “la cucina dell&#8217;avvenire”.</p>
<p>In parte questa affermazione resta ancora valida, perché sono i soggetti delle trasformazioni e le loro necessità a determinare la qualità dei cambiamenti sociali. In altra parte la stessa costruzione dei soggetti e dei percorsi dell&#8217;alternativa richiede oggi la capacità di elaborare e proporre elementi di un progetto di società profondamente diverso dall&#8217;attuale.</p>
<p>Deve essere chiaro tuttavia che un progetto di alternativa non è prima di tutto un modello ideale di società, né un complesso di soluzioni razionali e giuste ai problemi dell&#8217;umanità intera. Elaborare elementi di progetto significa pensare un percorso, una dinamica, un processo (o come si preferisce dire) nel corso del quale una soggettività si rafforzi e diventi capace di imporre i propri bisogni e i propri angoli di visuale, che non possono essere prefigurati oltre un certo limite.</p>
<p>Proprio per questa ragione si deve ammettere che sui percorsi verso l&#8217;alternativa gravano  incognite che rendono oggi più difficile che in passato prefigurarli. Il lavoro salariato entra nella crisi in condizioni di debolezza estrema e quindi con una capacità assai ridotta di condizionarne gli esiti. Impedire l&#8217;evoluzione peggiore della crisi e intraprendere il lavoro politico di ricostruzione del soggetto dell&#8217;alternativa sono perciò un atto solo. Questo soggetto deve essere pensato come un insieme politico sociale, espressione della parte della società priva di ogni specifico interesse a conservare istituzioni, gerarchie e logiche di fondo del modo capitalistico di produzione. Cioè come espressione del lavoro subalterno. Ma la formula “lavoro subalterno” contiene in sé ormai un&#8217;ampia articolazione di condizioni di lavoro e di esistenza. Non si tratta infatti solo di diversità tra lavoro stabile e precario, del settore pubblico e privato, intellettuale e manuale. La messa in concorrenza della forza lavoro sul piano globale ha gettato sul mercato anche esistenze diverse come quelle femminili e migranti, mentre la precarizzazione crea una generazione-classe che sembra condannata alla sottoproletarizzazione perpetua. La crisi economica per altro tenderà ad accentuare i processi di formazione di un vasto sottoproletariato, se con questo termine si intendono l&#8217;instabilità, la fluidità organizzative e l&#8217;incapacità di riconoscersi come classe.</p>
<p>L&#8217;intellettualizzazione del lavoro subalterno, la condizione giovanile, l&#8217;immissione di forza lavoro femminile e migrante, la dispersione della classe operaia della grande fabbrica, la fluidificazione del corpo sociale ecc. hanno creato negli ultimi tre decenni la base strutturale su cui si innestano nuove forme della politica non ancora capaci di sostituire le vecchie, che d&#8217;altra parte attraversano una crisi profonda.</p>
<p>La crisi delle sinistre nel loro complesso, che in Italia appare in questo momento addirittura mortale, ha prodotto un&#8217;incapacità quasi totale di misurarsi con i compiti della ricostruzione, con le novità e ciò che del passato è necessario e possibile recuperare. E l&#8217;incapacità è soprattutto l&#8217;effetto dei moventi all&#8217;agire di un personale politico selezionato in un processo di adattamento permanente a uno stato di cose e da preoccupazioni di carriera e di potere.</p>
<p>10<strong>. Perché il “movimentismo”</strong></p>
<p>L&#8217;esigenza di ripensare i percorsi per la costruzione dell&#8217;alternativa è legata quindi alle vicende del conflitto di classe negli ultimi tre decenni, durante il quale il proletariato, nel senso anche politico del termine, ha subito attacchi in parte di natura diversa da quelli degli anni Venti e Trenta. Allora in alcune società europee l&#8217;avanguardia politica fu perseguitata e le organizzazioni politiche e sindacali del proletariato furono sciolte e disperse, mentre la classe (superata la fase più acuta di crisi) continuò a mantenere o addirittura accrebbe la sua forza strutturale.  Si poteva quindi ragionevolmente prefigurare quello che poi davvero avvenne, cioè che una sconfitta militare e politica della destra estrema avrebbe rimesso in moto i processi attraverso i quali la critica al capitalismo reale acquista il corpo della parte subalterna della società, la rende classe e la candida al potere o a forme parziali di potere.</p>
<p>Negli ultimi decenni l&#8217;attacco è stato portato invece prima di tutto alla classe stessa, alla sua capacità di agire come soggetto collettivo, di riconoscersi come classe e di costituire proprie forme di rappresentanza.   Sinistra Critica ha più volte detto di voler costruire un “nuovo movimento operaio” e il proposito resta naturalmente fermo. Tuttavia, se si pensa che con quella formula è stato chiamato un insieme complesso di realtà statuali, sociali, politiche, militari, culturali, simboliche ecc. ci si può rendere conto di quanto sia difficile prefigurare sia i percorsi sia le loro risultanti. Il vecchio movimento operaio tra l&#8217;altro non è stato affatto il prodotto di una crescita lineare di una soggettività politico-sociale nel seno stesso del modo di produzione capitalistico, ma anche l&#8217;effetto di eventi inattesi e irripetibili o di cui non è comunque possibile teorizzare la ripetizione. Cogliere l&#8217;insieme delle dinamiche e delle soggettività che agiscono e agiranno nel senso della ricostruzione di un “nuovo movimento operaio” è quindi tanto difficile quanto fondamentale. E la possibilità di coglierle è oggi strettamente legata all&#8217;impegno per una presenza nei sommovimenti e nella riorganizzazione politica della parte di società che non gode di privilegi e di poteri.</p>
<p>Per questo Sinistra Critica rivendica il proprio “movimentismo”, ma attribuisce al termine un significato diverso da quello attribuitogli dalla sinistra di cultura socialdemocratica, post-stalinista o trockijsta-dogmatica. Il nostro movimentismo non è sottovalutazione dell&#8217;importanza di un progetto organizzato di alternativa allo stato di cose esistente, di un partito anche se assai diverso da quelli più diffusi e più noti nel Novecento.</p>
<p>Il nostro “movimentismo” è convinzione profonda che una rifondazione, un nuovo movimento del lavoro salariato, una ricostituzione di rapporti di forza ecc. non saranno possibili senza l&#8217;immersione profonda di una critica anticapitalistica nel corpo sociale. E che questa critica, per essere davvero efficace, deve trarre dall&#8217;immersione nel corpo sociale gli elementi per riformulare proposte, programmi e progetti. Questo significa non essere nei movimenti solo quando ci sono. Significa anche lavorare perché ci siano, tornare ai cancelli delle fabbriche e mettere radici nelle università, affrontare gli ambienti ostili o disillusi, fare i conti con la cosiddetta antipolitica , trovare argomenti e linguaggi capaci di raggiungere il senso comune.  Il lavoro nei sindacati, la costruzione di nuove entità politiche o di reti e alleanze devono quindi avere come criterio quanto essi avvicinino o allontanino da questo modo di concepire il percorso verso l&#8217;alternativa.</p>
<p>Non si tratta infine di sostituire alla classe operaia il cosiddetto “cognitariato”, ma di pensare i processi di ricostruzione di soggettività anche in termini di ricomposizione politica  e organizzativa.</p>
<p>Ciò che risulta per ora difficile prefigurare sono le forme di questa ricomposizione e della ricostituzione del lavoro salariato in classe.</p>
<p><strong>11. Una diversa distribuzione della ricchezza</strong></p>
<p>L&#8217;immersione nel lavoro subalterno nelle sue molteplici configurazioni ha un senso se porta con sé elementi di critica e di proposta, di memoria e di progetto, anche solo parziali e da verificare, arricchire o correggere nel rapporto con la società, i suoi movimenti e le espressioni del suo senso comune.</p>
<p>Sinistra Critica ha individuato nella questione salariale l&#8217;aggancio più immediato al corpo sociale e anche quello più capace di coinvolgere e unificare settori diversi e assai ampi. Un salario minimo per chi lavora, un salario sociale per chi non lavora e senza l&#8217;obbligo di accettare sfruttamento e precarietà, il ripristino di meccanismi di scala mobile e il recupero del fiscal-drag  sono le proposte che abbiamo portato nei luoghi di lavoro, nelle università e nelle strade.</p>
<p>Come era ovvio, la campagna di Sinistra Critica ha dovuto fare i conti con lo scetticismo e la disillusione. Molti anni di educazione sentimentale alla sconfitta esercitata dalle confederazioni sindacali e la prova di se stesse data dalle sinistre al governo hanno lasciato segni profondi prima di tutto in coloro che sembrano destinati a pagare il prezzo più alto alla crisi. E&#8217; per questo che le proposte vanno oggi assai più che in passato argomentate. E a beneficio della sinistra stessa, che ha così profondamente interiorizzato un realismo presunto da diventare incapace di comprendere il significato di proposte che fanno parte della storia del movimento operaio del Novecento e che la crisi riattualizza.</p>
<p>Prima di tutto noi rivendichiamo ciò che sarebbe giusto e razionale, denunciando ciò che ingiusto e irrazionale, perché un&#8217;altra ottica progressivamente si radichi tra coloro che hanno l&#8217;interesse a guardare il mondo da un altro angolo di visuale. E perché ne derivi un agire politico coerente con una condizione sociale. E&#8217; giusto che, dopo molti anni di trasferimento di ricchezza dai salari ai profitti, si realizzi il processo inverso come è giusto che i salari vengano poi protetti da meccanismi di scala mobile, che producono dinamiche inflattive solo se non si impone al padronato di non recuperare con l&#8217;aumento dei prezzi ciò che le lotte li hanno costretti a restituire. E&#8217; giusto che i giovani non siano condannati alla precarietà e quindi che vengano cancellati sia la legge 30 sia le misure del governo di centro-sinistra che l&#8217;hanno anticipata. E&#8217; giusto che, se la disoccupazione si diffonde e si cronicizza, oltre al salario sociale siano previste forme di divisione delle ore di lavoro tra occupati e disoccupati a parità di salari, riparametrati sulla base del salario minimo. Come è giusto che la finanza non venga premiata per i disastri che ha prodotto e che non avvenga, con il pretesto della difesa dei consumatori, una colossale privatizzazione di fondi pubblici.</p>
<p>E&#8217; giusto che siano sanzionate le aziende che occupano un numero troppo ridotto di donne e che le lettere di dimissioni volontarie siano scritte su moduli numerati per evitare il ricatto al momento delle assunzioni alle giovani, che sono spesso costrette a firmare lettere di dimissioni in bianco perché le aziende possano servirsene per licenziarle in caso di gravidanza. E&#8217; giusto che esigenze umane vitali siano sottratte al mercato: l&#8217;acqua, che è un bene comune; la salute, che si preserva con un sistema sanitario pubblico, di cui dopo la seconda guerra mondiale sono esistiti validi esempi in Europa; l&#8217;istruzione, a cui è affidato il destino non solo delle nuove generazioni ma della civiltà stessa. Non rivendicare mai ciò che sarebbe giusto perché i rapporti di forza non lo consentirebbero,  contribuisce a cristallizzare una condizione di inferiorità e consolida l&#8217;abitudine a vedere l&#8217;ingiustizia come un fenomeno naturale e inevitabile.</p>
<p>Bisogna perciò che ogni nostra specifica lotta o campagna, anche su rivendicazioni settoriali e minime, sia accompagnata da didascalie semplici e capaci di spiegare un concetto di fondo. Deve penetrare nel corpo sociale l&#8217;idea che non sarà possibile evitare gli effetti peggiori della crisi se in qualche modo non la paga chi l&#8217;ha prodotta e se non si realizza uno spostamento di ricchezza in senso inverso, cioè dai profitti e dalle rendite ai salari e ai servizi pubblici. E&#8217; necessario quindi un forte aumento dell&#8217;imposizione fiscale che colpisca solo i redditi dei più ricchi; una tassazione delle rendite finanziarie, che escluda pensionati e lavoratori a basso reddito; una patrimoniale sui beni mobili e immobili delle grandi imprese, delle società finanziarie e del Vaticano. Bisogna lottare contro la speculazione immobiliare, ridurre le spese militari, riconvertire l&#8217;industria bellica, ripubblicizzare le grandi società industriali, socializzando questa volta i profitti.</p>
<p>Noi non rivendichiamo solo quello che sarebbe astrattamente giusto. Noi rivendichiamo ciò che serve all&#8217;obiettivo primo del nostro attuale percorso, cioè alla ricostituzione del soggetto (o dell&#8217;insieme sinergico di soggettività) dell&#8217;alternativa. Malgrado la loro apparenza di grandi pretese le misure sul salario, sulle pensioni, sull&#8217;occupazione e sul welfare sono ciò che può davvero restituire al lavoro salariato condizioni di vita dignitose e capacità di percepirsi come classe.</p>
<p>Noi rivendichiamo ciò che è oggi credibile, anche nella permanenza di un senso comune che continua a fare del mercato un dogma. La natura della crisi e le sue analogie con il 1929 rendono evidente che per il capitalismo stesso l&#8217;unica soluzione che non comporti una specie di disastro universale sarebbe il rilancio del potere d&#8217;acquisto di settori della popolazione più ampi possibile. Disoccupazione, precarietà, bassi salari e basse pensioni, erosione continua del welfare ecc. sono gli ostacoli che rendono problematico il rilancio. La cosa è talmente evidente che il governo della destra italiana mima attraverso la pratica delle elemosine ciò che in tutt&#8217;altra forma servirebbe fare.</p>
<p>Per comprendere perché i capitalisti non faranno ciò che obiettivamente sarebbe necessario fare per salvare il capitalismo nel suo complesso, bisogna ancora tornare a Marx che descriveva le esigenze e le spinte contraddittorie che lo caratterizzano. Ciò che sarebbe utile al sistema, non necessariamente è utile alle diverse entità e ai singoli che lo costituiscono.</p>
<p>La nazionalizzazione integrale di banche e assicurazioni (per esempio), che dovrebbero diventare servizi pubblici, sarebbe un fattore di razionalizzazione del mercato stesso. Non è possibile tuttavia che questa sia la soluzione spontanea della crisi finanziaria perché interessi potenti, sovrapposizioni tra profitti e rendite, forze sociali con adeguate possibilità di condizionare i governi lo impedirebbero.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>12.  Per un ecologismo marxista</strong></p>
<p>La questione ambientale non può essere posta in progetti diversi e paralleli rispetto a quello su una nuova distribuzione delle ricchezze. E&#8217; necessario quindi elaborare programmi che se ne assumano contestualmente la responsabilità, affrontando le difficoltà e le contraddizioni che un compito del genere comporta. Una delle principali difficoltà consiste nel fatto che la burocratizzazione del movimento operaio ha avuto come conseguenza la nascita di un ecologismo troppo spesso estraneo alla critica del capitalismo. E&#8217; invece impossibile affrontare l&#8217;emergenza ambientale senza aver presente il nesso tra modo di produzione capitalistico e crisi ecologica, sfruttamento e devastazione della natura. Non si può negare che altri modi di produzione e altri sistemi sociali possano avere (e hanno avuto) un impatto inquinante, ma questa constatazione in sé non cancella l&#8217;altra e cioè che le logiche su cui rendite e profitti si fondano sono la principale ragione dell&#8217;attuale stato di cose. Solo una rottura con il capitalismo può aprire la possibilità di una soluzione della crisi ambientale e della costruzione di un modo di produrre compatibile con i cicli naturali.</p>
<p>Questo non significa che siamo all&#8217;anno zero dell&#8217;ecologismo marxista. Al contrario si sono sviluppate negli ultimi decenni analisi, esperienze, forme di organizzazione e di lotta già segnate dalla presenza di una critica marxista, sia pure embrionale e frammentaria. Un percorso di alternativa può fondarsi oggi sul lavoro intellettuale di scienziati, medici, studiosi capaci di contrapporre alle ricerche tranquillizzanti e falsate promosse dalle multinazionali altre verità e altri punti di vista. Può attingere a esperienze di organizzazione e di lotta su temi specifici dal nucleare, agli inceneritori,  alla difesa di un intero ambiente naturale come la NO-TAV in Val di Susa. Dispone del potenziale di una diffusa disponibilità della gente a difesa della vivibilità di un quartiere, di un villaggio o di una zona. La logica del <em> not in my&#8230;</em> si afferma inevitabilemnte solo se i comitati che si formano e si disfano vengono abbandonati  a se stessi o peggio all&#8217;intervento della Lega. Deve avere la capacità di coinvolgere il movimento sindacale, attraverso il quale i temi ambientali non solo possono penetrare più a fondo nel lavoro salariato, ma anche indirizzare i progetti su nuovi modi di produrre e più eque distribuzioni delle ricchezze. Di fronte all&#8217;emergenza climatica un&#8217;organizzazione sindacale disposta a fare il suo mestiere dovrebbe richiedere la creazione di un&#8217;impresa pubblica pura nell&#8217;ambito dell&#8217;isolamento e del rinnovo energetico degli edifici; lottare per una coerente politica dei trasporti pubblici; investire sull&#8217;azione internazionale dei lavoratori per imporre obiettivi di riduzione delle emissioni a livello mondiale e investimenti nella ricerca tecnologica; difendere la formazione/riconversione dei lavoratori minacciati dalla transizione verso una società sobria in carbonio con mantenimento dello stipendio e dei diritti; popolarizzare l&#8217;idea che l&#8217;energia è un bene comune, come l&#8217;acqua, e non può quindi essere lasciato nelle mani di società private ecc. ecc.</p>
<p>L&#8217;emergenza climatica è solo il problema più immediato e più grave e lavorare per un&#8217;alternativa significa invece doverne affrontare molti altri, per esempio quello dei cibi transgenici. La loro diffusione già ipoteca il futuro prossimo della specie umana, colpendo i più giovani che espone ai rischi di allergie e sterilità e ad alterazioni di cui non è ancora possibile definire la natura.</p>
<p>Sinistra Critica è impegnata nel lavoro collettivo di elaborazione di una teoria ecologista marxista, che superi la logica difensiva di risposta alle critiche rivolte al marxismo dall&#8217;ecologia politica. A questa elaborazione non deve sfuggire un aspetto che nelle analisi si suole porre sotto altro titolo, quello della guerra e della pace. La vivibilità del pianeta è fortemente condizionata dall&#8217;esistenza di una rete vastissima di armi di distuzione di massa, soprattutto a energia nucleare, i cui modi di produzione e stoccaggio sono caratterizzati da un&#8217;altissima capacità inquinante e che soprattutto sono una permanente minaccia di un inquinamento definitivo, letale e al di là di ogni immaginazione.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>13. Il lavoro salariato e la diversità delle sue esistenze</strong></p>
<p>La difficoltà del lavoro salariato a riconoscersi come classe non deriva solo dai processi di frammentazione legati alle sconfitte del movimento sindacale. Il capitalismo, le sue istituzioni e le sue mediazioni politiche, per segmentare e gerarchizzare  le classi subalterne, fanno leva anche sulla diversità delle condizioni di esistenza. Donne e migranti si trovano ai gradini più bassi di una gerarchia interna, in cui le donne-migranti sono le ultime degli ultimi e affollano il cosiddetto “terziario povero” ormai da tempo. Nelle diversità di sesso, di nazionalità, di cultura, di generazione ecc. si trovano le radici più profonde di una guerra tra poveri, che è legata anche ad altri fattori meno difficili però da sradicare. Tuttavia non è il capitalismo in quanto tale a trasformare le diversità in disuguaglianze. Il capitalismo le rafforza, le cristallizza (ma talvolta anche le incrina o le sovverte), non le crea. Le disuguaglianze che potremmo chiamare “esistenziali” sono l&#8217;effetto di altre relazioni di potere preesistenti al capitalismo o comunque non riducibili alla sola relazione di classe. Un progetto che mantenga la lotta di classe come riferimento più immediato non può etnicizzare e biologizzare il problema del <em>divide et impera, </em>ma non può nemmeno ridurre il tutto all&#8217;uguaglianza dei diritti sul lavoro.</p>
<p>La ricomposizione del proletariato in classe si pratica quindi lottando, lungo il percorso stesso verso l&#8217;alternativa, contro tutte le relazioni di potere, la loro archeologia o il loro fantasma. Il rapporto uomo-donna è ancora un rapporto di potere, il più antico e quindi il più tenace. Si manifesta sul lavoro condannando le donne alla precarietà, alla segregazione orizzontale e verticale e a un di più permanente di fatica e dispersione. Ma non si manifesta solo sul lavoro, né si distrugge solo con le lotte sindacali. Il rapporto di potere si spezza, se le donne acquisiscono senso di sé e autonomia intellettuale e psicologica, oltre che autonomia economica.</p>
<p>Le forme di autorganizzazione delle donne, le lotte per la laicità dello Stato e per la libertà di decidere del proprio corpo e della propria vita, la rivendicazione di misure antidiscriminatorie ecc.  hanno a che fare con la costruzione di “un nuovo movimento operaio” assai più di quel che appare.</p>
<p>Gli uomini delle classi subalterne sono stati sconfitti anche perché si sono messi talvolta nelle mani di destre misogine, a cui hanno affidato un primitivo desiderio di restaurazione degli antichi rapporti di genere e di controllo sulle donne.</p>
<p>Un discorso diverso, ma per alcuni aspetti simile, vale per i migranti. A loro modo anche le migrazioni sono l&#8217;effetto di una relazione di potere, quella instaurata dall&#8217;Europa con il resto del mondo a partire dal XVI secolo. Oggi essere migranti – in Italia e altrove – rappresenta comunque una condizione di svantaggio sia perché i migranti non sono elettori, sia perché provvedimenti e leggi tendono ad aggravarla e perpetuarla. Avviene così che, quando i lavoratori non riescono a lottare per i loro diritti, scoppi la guerra contro i lavoratori stranieri per la precedenza nei posti migliori, nel consumo e nell&#8217;accesso ai servizi.</p>
<p>Sinistra Critica continuerà a lavorare e a manifestare perché i centri di detenzione siano aboliti, per la libera circolazione degli esseri umani, perché i diritti siano legati alla residenza e contro ogni forma di razzismo e xenofobia.</p>
<p>La crisi economica, la crisi di identità del lavoro salariato e la crisi delle sinistre europee rende oggi questo paragrafo del nostro progetto anche più importante che nel passato remoto e prossimo. Si rafforzerà infatti per il capitalismo l&#8217;esigenza di affidare le mediazioni con la società a forze e istituzioni conservatrici, che costruiscono le proprie fortune elettorali facendo leva sulle superstizioni popolari e sulla creazione di <em>fictions</em> politiche capaci di rendere oscure anche le verità più semplici. Il ruolo di queste forze e istituzioni autorizza (per esempio) in Italia gli episodi di violenza contro gli stranieri, le persone lgbt e le donne come espressione più degradata e demente della guerra interna alle classi subalterne.</p>
<p><strong>14. Democrazia e libertà nelle lotte per l&#8217;alternativa</strong></p>
<p>Non è pensabile, non è credibile e non ha futuro un progetto politico che non si misuri con i temi della democrazia e della libertà. Marx non è affatto il teorico dell&#8217;uguaglianza perché si può essere uguali nell&#8217;ignoranza e nella miseria. Marx è il teorico dell&#8217;uguale libertà, il critico della democrazia e della libertà formali, che non consentono agli esseri umani di essere tutti ugualmente liberi e liberamente diversi.</p>
<p>Le democrazie parlamentari del mondo nordoccidentale non hanno solo il limite di essere astratte e formali. Esse nascondono agli occhi dei più la carica di repressione, violenza e pratiche illiberali che ogni classe o casta dominante tiene in serbo per le rivolte eventuali dei propri Iloti. Un percorso di alternativa deve perciò essere caratterizzato da un&#8217;attenzione costante ai temi della democrazia e della libertà e in due sensi. Nel senso di pretendere dalla democrazia liberale la coerenza con i suoi principi. Nel senso di lottare per un&#8217;altra democrazia con la consapevolezza che le forme stesse della democrazia parlamentare rendono quei principi ipocriti e astratti.</p>
<p>Per altro un&#8217;involuzione di tipo autoritario interessa oggi le democrazie del mondo nordoccidentale. Un&#8217;involuzione graduale e non lineare ha accompagnato gli anni della finanziarizzazione, delle sconfitte del lavoro salariato e del sistematico rilancio delle guerre.</p>
<p>Come è ovvio, le dinamiche involutive non sono stete uguali nei diversi paesi a collaudata democrazia liberale. All&#8217;Italia è toccato di nuovo il ruolo di laboratorio degli esperimenti reazionari più spregiudicati. Il berlusconismo infatti esemplifica, concretizza e accentua le tendenze più generali alla crisi di civiltà e alla formazione di sistemi politici di tipo plebiscitario e autoritario.</p>
<p>Le sinistre non sono state capaci di resistere alla sua ascesa anche perché i criteri di selezione dei suoi apparati le hanno rese incapaci di comprendere la combinazione di fenomeni vecchi e nuovi che hanno consentito al berlusconismo di nascere, di svilupparsi e di avvicinarsi pericolosamente all&#8217;obiettivo dichiarato di cambiare il paese.</p>
<p>Rivoluzione mediatica e rapporto della destra italiana con i media, disarticolazione e perdita del senso di sé delle classi subalterne impongono oggi che i presìdi democratici siano ricostruiti a partire dal corpo sociale. Pretendere di governare senza che la ricostruzione sia compiuta o comunque avanzata produce l&#8217;effetto contrario a quello desiderato. Il lavoro di radicamento – che del resto la sinistra radicale predica ma non realizza – diventa inefficace e vano, quando da posizioni di governo si condivide la responsabilità di ingiuste relazioni sociali e di misure che rendono più difficile la vita quotidiana di milioni di persone.</p>
<p>Dall&#8217;opposizione è possibile anche la battaglia per la democrazia e per la libertà. Sinistra Critica è per il proporzionale e contro gli sbarramenti, per un accesso egualitario ai media e perché possano accedervi anche le forme di autorganizzazione sociale. Rifiuta le censure, si batte per la libertà di insegnamento, rivendica una scuola superiore obbligatoria e uguale per tutte e per tutti che nello stesso tempo renda consapevoli del mondo e capaci di acquisire più agevolmente le professionalità specifiche.  Riconosce nel controllo sui corpi una delle forme più odiose di violenza. Ha lottato per l&#8217;autodeterminazione delle donne, per i diritti del popolo lgbt, contro la legge 40 sulla fecondazione assistita. E&#8217; dalla parte di coloro che chiedono il diritto a decidere non solo della propria vita, ma anche della propria morte, nei limiti in cui questa possibilità è concessa agli esseri umani.</p>
<p>Afferma che le genti di altri paesi devono essere libere di costruire luoghi di trasmissione della loro cultura e di celebrazione dei loro culti. Ritiene attuale e irrinunciabile la lotta la fascismo e si impegna nella battaglia contro il revisionismo storico e le sue vulgate nei media.</p>
<p>Sinistra Critica, tuttavia, non ha un progetto organico di democrazia liberale, perché ritiene che un&#8217;alternativa non può che essere caratterizzata da un&#8217;altra democrazia, in cui la sfera della politica sia sempre meno  separata e non si cristallizzino le categorie distinte dei rappresentanti  e dei rappresentati. Naturalmente non ignora le difficoltà di realizzazione di un simile proposito e  i limiti anche delle esperienze migliori di autorganizzazione del lavoro salariato e di controllo popolare sulle scelte economiche e politiche.</p>
<p>Tuttavia questa è la direzione obbligata di un percorso di alternativa. Il sogno di uguale libertà del marxismo e del movimento rivoluzionario del 1917 si è infranto proprio contro questo ostacolo. Una burocrazia con interessi propri, angoli di visuale propri, relazioni privilegiate proprie ha condotto al fallimento la prima rivoluzione proletaria vincente della storia. Ancora oggi l&#8217;eredità peggiore delle sinistre del Novecento condiziona in Europa, e in Italia in modo particolare, la costruzione di un nuovo movimento di liberazione delle classi subalterne.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>15. Imparare di nuovo che un&#8217;altra società è possibile</strong></p>
<p>Il percorso di costruzione di un&#8217;alternativa ha bisogno di una sinistra che abbia reimparato la lezione difficile per cui un altra società è possibile. Non si può infatti teorizzarlo, raccontarlo, insegnarlo se non lo si impara di nuovo. “Un altro mondo è possibile” può essere lo slogan per i giorni della festa, dietro cui si nasconde lo scetticismo sulle prospettive di cambiamento della vecchia burocrazia. Dal momento che non di rado le persone pensano ciò che desiderano pensare, il conservatorismo sociale burocratico si è spesso cristallizzato in una visione statica del mondo, nelle forme di un supposto realismo in sintonia con il senso comune. Si potrebbe davvero scrivere una storia del realismo e dei suoi esiti surreali. L&#8217;ultimo episodio conosciuto è la partecipazione della Sinistra Arcobaleno al secondo governo Prodi. Agli oppositori dell&#8217;idea sciagurata di mettere le proprie sorti nelle mani di un <em>grand commis </em>della finanza sono state impartite a suo tempo lezioni di realismo, accompagnate da ironie sulle “anime belle” e da luoghi comuni sull&#8217;esigenza di “sporcarsi le mani”. Come se le mani delle sinistre non si fossero già sporcate abbastanza con la partecipazione alle guerre imperialiste e alla spoliazione neo-coloniale della socialdemocrazia, con lo stalinismo, con il più recente sostegno all&#8217;incremento delle spese militari,  al raddoppio della base di Vicenza e alla guerra in Afghanistan.</p>
<p>Reimparare che un&#8217;altra società è possibile non può ridursi a un atto di fede, né essere una proiezione sul XXI secolo delle dinamiche che hanno caratterizzato il XX, spesso non ancora fino in fondo comprese. Imparare di nuovo significa cogliere le potenzialità di cambiamento che sono presenti in un contesto storico  e alle potenzialità che portano nella direzione in cui desideriamo andare, applicare la forza della volontà e della passione. Reimparare che un&#8217;altra società è possibile rappresenta soprattutto un atto dell&#8217;intelligenza, perché comincia dall&#8217;individuazione delle dinamiche obiettive a cui volontà e passione devono essere applicate.</p>
<p><strong>16.  Nuovi protagonisti e rinnovati progetti di società</strong></p>
<p>Se un programma, un progetto non possono essere concepiti che come un percorso, come un ponte su cui transitare da uno stato di cose a un altro, questo non significa che altre esigenze debbano essere ignorate. Sinistra Critica pensa che sia anche necessario disegnare un progetto di società diversa da quella che – crisi o meno –  ha condotto l&#8217;umanità al disastro ambientale, alla guerra permanente, all&#8217;aggravamento delle ingiustizie, alla regressione culturale e civile. Non si tratta di un programma massimo, che caratterizzò a suo tempo il socialismo della domenica. E&#8217; un&#8217;esigenza maturata in un passato molto più recente sia per lo spessore delle attuali emergenze, sia per la presenza sulla scena politica di articolazioni specifiche del lavoro salariato.</p>
<p>Le lotte di studenti, insegnanti, precari del cosiddetto lavoro immateriale, lavoratrici e lavoratori del pubblico impiego ecc. rivelano ormai da tempo processi di intellettualizzazione del proletariato e di proletarizzazione del lavoro intellettuale. La cosa politicamente più significativa di questi processi è che essi tendono a creare uno strato spesso di intellettuali marginali (cioè marginalizzati dalla precarietà e dalla svalorizzazione di tutto il lavoro salariato) in cui è più facile che si affermino pratiche politiche non in contrasto con la propria condizione sociale. Questi intellettuali sono anche “massa”, nel senso di protagonisti di rivendicazioni e di lotte proprie del lavoro salariato.</p>
<p>Essi immettono quindi nel conflitto politico e sociale anche bisogni e capacità specifiche.  Negli ultimi decenni giovani intellettuali hanno acquisito nel proprio campo di competenze la consapevolezza del vicolo cieco in cui il capitalismo ha gettato l&#8217;umanità e hanno tentato di elaborare proposte alternative sul piano dell&#8217;economia, dell&#8217;ecologia, dei rapporti di genere ecc. Il loro lavoro può essere nello stesso tempo una condizione per conquistarne l&#8217;adesione alla critica del capitalismo e un contributo essenziale a un progetto ben più articolato di alternativa. Questo lavoro non può essere commissionato da una forza politica o deciso da un comitato centrale, perché è il risultato  di dinamiche obiettive per altro già parzialmente in atto, ma non può essere nemmeno concepito come la risultante spontanea  di movimenti al margine del mondo accademico.</p>
<p>Serve una direzione politica e un rapporto con le lotte secondo modalità che il movimento del Social Forum aveva embrionalmente e parzialmente cominciato a delineare.</p>
<p><strong>17. Comunista, ecologista, femminista</strong></p>
<p>La nascita di Sinistra Critica all&#8217;interno di un partito in cui si erano raccolte storie diverse ci lascia un altro impegno. Abbiamo bisogno di definire meglio che cosa significhino i tre termini inscritti nel nostro simbolo: comunista, femminista, ecologista. L&#8217;esigenza non deriva solo dalla diversità delle nostre storie ma anche da ciò che una sola storia (quella del Novecento) lascia a tutte e a tutti in eredità. Per le caratteristiche che la burocratizzazione del movimento operaio aveva fatto assumere alle sinistre europee, i movimenti femministi ed ecologisti sono nati spesso in polemica con la tradizione marxista e sono quindi restati estranei alla critica del capitalismo.</p>
<p>Per quel che riguarda il movimento femminista (per esempio), alla maggioranza dei suoi gruppi continua a sfuggire il nesso tra capitalismo e patriarcato, certo contraddittorio e non facile da cogliere, ma decisivo. La sua sostanziale invisibilità rende in molti casi inefficace l&#8217;agire politico delle donne, che pure continuano a radicalizzarsi in senso femminista, soprattutto in Italia dove l&#8217;antagonista ideologico, e quindi più visibile, è il medioevo vaticano.</p>
<p>Il problema è che, nel migliore dei casi, la critica anticapitalistica si addiziona a quella contro il patriarcato e rende l&#8217;impegno nella lotta di classe alternativo a quello contro le strutture patriarcali e l&#8217;eterosessualità obbligatoria. Per le femministe di Sinistra Critica non si tratta di tornare indietro, riducendo ogni conflitto a conflitto di classe, ma di andare avanti seguendo le orme di donne di minoranze razziali o di popoli colonizzati, il cui femminismo si articola all&#8217;interno della lotta antirazzista e antimperialista. E&#8217; significativo che attraverso l&#8217;analisi delle intersezioni tra genere, “razza”, nazionalità ecc. negli USA proprio il femminismo riscopra la nozione di classe e del suo peso determinante nelle relazioni di potere. Un femminismo anticapitalistico, così come un ecologismo anticapitalistico, non sono cose che Sinistra Critica deve adottare, ma che deve contribuire a costruire perché in larga misura assenti sul piano delle pratiche e delle idee.</p>
<p>L&#8217;impegno è anche più difficile per quel che riguarda il comunismo.</p>
<p>Il comunismo ha una lunghissima storia, cominciata molto prima della nascita di Karl Marx, presente in sette religiose popolari o nelle aspirazioni di intellettuali del mondo antico e moderno. Significa accesso egualitario alle risorse e divisione equa delle ricchezze prodotte. Sinistra Critica è comunista perché ritiene che l&#8217;alternativa all&#8217;attuale stato di cose sia la socializzazione dei principali mezzi della produzione e la partecipazione popolare alle decisioni politiche attraverso forme di democrazia diretta e di autorganizzazione.</p>
<p>Rispetto alla storia più recente Sinistra Critica ha scelto di fare parte di una genealogia politica rivoluzionaria e antiburocratica. Oggi appare forse più evidente che mai la funzione di questa storia nella costruzione di percorsi verso l&#8217;alternativa. Essa rappresenta prima di tutto una distanza dalle logiche che hanno caratterizzato le burocrazie del Novecento e le loro ulteriori involuzioni attuali. In una fase del conflitto sociale in cui ricostruire, ricominciare, rifondare è più importante che conservare si rivelano del tutto inidonei a ricominciare i moventi e gli interessi specifici che sono stati dominanti nell&#8217;organizzazione del lavoro salariato del secolo scorso. Ma il legame con una storia non ha solo la funzione negativa – anche se in questo momento fondamentale- di estraneità all&#8217;eredità contro cui si sono infrante le speranze di rifondazione. E&#8217; anche un complesso di lotte, di resistenze, di critiche, di proposte di cui lungo il percorso le nuove generazioni dovranno riappropriarsi.</p>
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		<title>Alla sinistra di classe serve un nuovo inizio</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Feb 2009 12:49:13 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[cannavò]]></category>
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		<description><![CDATA[di Salvatore Cannavò -
Ho letto l&#8217;articolo di Claudio Grassi sulla necessità di ricomporre all&#8217;interno del Prc la «diaspora» provocata dalle varie e ripetute scissioni proponendo alle varie anime «della sinistra anticapitalista e comunista di entrare o rientrare nel Prc». Sentendomi interpellato dalla proposta, e anche per il rispetto che porto verso un compagno che ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><strong>di Salvatore Cannavò -</strong></p>
<p>Ho letto l&#8217;articolo di Claudio Grassi sulla necessità di ricomporre all&#8217;interno del Prc la «diaspora» provocata dalle varie e ripetute scissioni proponendo alle varie anime «della sinistra anticapitalista e comunista di entrare o rientrare nel Prc». Sentendomi interpellato dalla proposta, e anche per il rispetto che porto verso un compagno che ha assunto una posizione sempre molto limpida all&#8217;interno di Rifondazione comunista, vorrei articolare una prima risposta.</p>
<p>Premettendo subito che questo dibattito, qualora dovesse svilupparsi, non deve avere nulla a che fare con scadenze elettorali più o meno imminenti e con eventuali accordi di cartello di cui pure si è discusso. La questione è profondamente legata alla prospettiva, per noi tutti inaggirabile, della costruzione di una soggettività anticapitalista e comunista, in grado di produrre uno strumento utile alla ricomposizione di un nuovo movimento operaio e di riporre all&#8217;ordine del giorno il progetto di un&#8217;alternativa socialista. Questo orizzonte, però &#8211; ed è questo il primo rilievo che faccio alle argomentazioni di Grassi &#8211; non può eludere un bilancio serrato e stringente sulla storia del Prc, passata e recente, sulle scelte operate e sulla cesura compiuta da questo soggetto politico con la propria missione storica. La domanda su &#8220;come è potuto accadere tutto questo?&#8221; deve essere posta drasticamente e costituire oggetto di una riflessione approfondita che né il recente congresso del Prc né l&#8217;attuale dibattito della sinistra tutta sembra volersi porre. Una riflessione che riguarda tutti e sulla quale dovremo ancora produrre materiali approfonditi ma che, nell&#8217;ambito di un breve articolo, si può riassumere nel limite incontrato dalla &#8220;rifondazione comunista&#8221;, intesa quindi come processo, in ordine a tre nodi: il governo, il radicamento sociale e lo strumento-partito. A mio giudizio Rifondazione ha fallito su tutti e tre questi ambiti. Sulla questione del governo Rifondazione non è andata oltre, nella migliore delle ipotesi, al patrimonio culturale e politico del togliattismo italiano, cioè di un riformismo &#8220;forte&#8221; che, però, nell&#8217;epoca della globalizzazione e della crisi del capitalismo è arrivato al punto di cadere nella trappola che ha distrutto la sinistra socialdemocratica: l&#8217;illusione di poter governare il capitalismo stesso. Illusione e miraggio che ha prodotto scempiaggini come &#8220;l&#8217;alternanza propedeutica all&#8217;alternativa&#8221; o come &#8220;il governo sbocco politico della stagione dei movimenti&#8221;. Il partito che doveva rifondare il comunismo si è ucciso di riformismo, tra l&#8217;altro il più stantio e spregiudicato come quello visto in opera durante il governo Prodi 2. Lo stesso sul radicamento. Rifondazione ha sostanzialmente vissuto della rendita elettorale che la parte migliore della storia del Pci &#8211; molto meno della nuova sinistra &#8211; le ha lasciato in eredità. E si è occupata di gestire questa rendita non curandosi, o curandosi poco, di investire nella politica &#8220;reale&#8221;, quella dell&#8217;insediamento sociale, della costruzione paziente e lenta dei movimenti e di forme associate, anche mutualistiche, che ridessero smalto all&#8217;auspicato &#8220;nuovo movimento operaio&#8221;. Dopo 17 anni scontiamo tutti una distanza siderale dai &#8220;soggetti&#8221; sociali, una estraneità dai luoghi di lavoro, una difficoltà di linguaggio e di comunicazione con le nuove forme dell&#8217;agire politico.</p>
<p>In ultimo, la questione del partito. Il Prc per molti, troppi, anni è stato il partito di &#8220;un uomo solo al comando&#8221;, gestito da un gruppo dirigente ossequioso e incapace di costruire formazione politica, dibattito plurale, rispetto interno, democrazia dal basso. Lo scontro politico si è spesso imbarbarito oppure è sfociato in tante scissioni. La concezione dl partito ha concesso moltissimo all&#8217;elettoralismo e pochissimo alla costruzione molecolare dell&#8217;iniziativa sociale. Centinaia di migliaia di persone hanno frequentato Rifondazione e se ne sono poi allontanante, deluse, demoralizzate, passivizzate. i moventi all&#8217;agire di una grande parte dei suoi gruppi dirigenti hanno risentito di collocazioni personali, di istituzionalismo pragmatico, a volte di carrierismo. E gli antidoti a questi processi materiali non sono mai stati messi in azione (rotazione incarichi, limite ai mandati, stipendi in linea con i lavoratori, parità di genere, etc.)</p>
<p>Sono tutti questi fattori ad aver prodotto una perdita di credibilità che mi sembra il problema principale di cui soffre il grosso dell&#8217;attuale sinistra antagonista. Perdita di credibilità che si traduce in sfiducia e in mancanza di passione politica, quando invece la passione aveva costituito la forza del progetto iniziale.</p>
<p>Per tutte queste ragioni io penso che la pellicola non possa essere riportata all&#8217;indietro per far ripartire un film che è finito. Un ciclo si è esaurito, una stagione conclusa. Il rientro in Rifondazione, per quanto mi riguarda, impossibile. Altra cosa è immaginare una ri-partenza, una nuova fase costituente, quale quella che proponiamo da tempo. Ma per questa serve una discussione di fondo, programmatica e strategica, che consenta a un &#8220;nuovo&#8221; soggetto politico di costruirsi e crescere senza l&#8217;ansia di dover scavalcare nodi politici essenziali. All&#8217;inizio del percorso di Rifondazione nessuno di noi si preoccupò del programma perché troppo evidente era l&#8217;importanza di resistere alla Bolognina e al mutare dei tempi. Oggi una &#8220;costituente della sinistra anticapitalista&#8221; dovrebbe preoccuparsi di definire le coordinate essenziali &#8211; a partire da quella che il capitalismo si contrasta e non si governa &#8211; per reggere nel medio periodo; di definire una progettualità politico-sociale, a partire dal nodo essenziale del nuovo sindacato di classe, per &#8220;stare&#8221; nel conflitto; di individuare un linguaggio e un profilo culturale che sia per lo meno in grado di interloquire con soggetti come &#8220;l&#8217;onda&#8221; o con i nodi politici posti dall&#8217;ambientalismo radicale o da soggettività come quella lgbt.</p>
<p>Un nuovo inizio, dunque, che sia in grado di rimuovere le macerie del recente passato, di operare gli &#8220;azzeramenti&#8221; necessari e che, soprattutto, dia voce e protagonismo a una nuova generazione politica, non per forza anagrafica, in grado di affrontare di petto la sfida del XXI secolo.</p>
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		<title>Obiettivo Raggiunto!!70mila firme per la prima legge della sinistra in parlamento</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Dec 2008 09:13:38 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[proposta di legge]]></category>
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E&#8217; stata annunciata in aula al Senato l’avvenuta presentazione della proposta di Legge di iniziativa popolare per il Salario minimo netto a 1300 euro, il Salario sociale per disoccupati e i Minimi previdenziali a 1000 euro (limite minimo anche per Cig e Mobilità), il recupero del Fiscal drag e la reintroduzione della Scala mobile. Pagati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="post_image_link" href="http://www.sinistracriticarimini.org/2008/12/08/firma-la-proposta-di-legge-per-lo-smic/" title="Permanent link to Obiettivo Raggiunto!!70mila firme per la prima legge della sinistra in parlamento"><img class="post_image alignleft remove_bottom_margin" src="http://www.sinistracriticarimini.org/wp-content/uploads/2008/12/vauro_salario.jpg" width="260" height="260" alt="Vignetta di Vauro sul salario" /></a>
</p><p>E&#8217; stata annunciata in aula al Senato l’avvenuta presentazione della proposta di Legge di iniziativa popolare per il Salario minimo netto a 1300 euro, il Salario sociale per disoccupati e i Minimi previdenziali a 1000 euro (limite minimo anche per Cig e Mobilità), il recupero del Fiscal drag e la reintroduzione della Scala mobile. Pagati dalla cancellazione della riduzione del cuneo fiscale a imprese, banche e assicurazioni e dalla tassazione delle rendite finanziarie.</p>
<p>Si tratta della prima legge della Sinistra presentata in questo Parlamento. Per Sinistra Critica è un successo evidente.</p>
<p>Per oltre sei mesi i suoi militanti hanno realizzato una campagna di massa che ha ottenuto l’adesione di oltre 70mila sottoscrittori e che ha consentito di discutere con centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, pensionati, studenti.<br />
?E&#8217; tempo di affermare con chiarezza che la crisi devono pagarla coloro che l&#8217;hanno provocata, banche e padroni, e non i lavoratori. </p>
<p>Per questo esigiamo un programma d&#8217;urgenza che preveda il salario minimo, il salario sociale, l&#8217;interdizione dei licenziamenti, la nazionalizzazione delle banche e delle imprese che mettono a rischio i posti di lavoro, una Patrimoniale non caritatevole, che colpisca i profitti e le grandi fortune . Senza scambi con ulteriori peggioramenti del sistema previdenziale e di welfare.?Il nostro primo obiettivo, ora, è che la legge venga discussa davvero. Per questo chiediamo di essere ricevuti in audizione dalla Commissione Lavoro per arrivare rapidamente al voto del Parlamento.</p>
<p>I contenuti della Legge sono condivisi da importanti settori delle sinistre sindacali (Rete28A Cgil, Rdb-Cub e SdL in particolare) che, con un appello di sostegno, hanno chiesto la contemporanea discussione della Legge popolare sulla Scala mobile presentata nella passata legislatura.<br />
La campagna continua.</p>
<p>Sul sito <a href="http://www.51000.it">www.51000.it</a> sarà possibile firmare la petizione online per sostenere questa proposta e per organizzare Comitati unitari contro la crisi.</p>
<p>Per il momento non possiamo che ringraziare tutti e tutte coloro che hanno firmato. Sinistra Critica ha voluto dimostrare la propria esistenza e il proprio ruolo con un&#8217;iniziativa concreta, dal basso, in grado di prospettare un&#8217;alternativa alle ricette del liberismo e del riformismo pallido del centrosinistra. Una sinistra coerente, radicale, anticapitalista.<br />
<strong>Una sinistra utile che vale la pena rafforzare.</strong></p>
<p>Atto Senato n. 1453- XVI Legislatura<br />
Norme in materia di introduzione del salario minimo intercategoriale e del salario sociale, previsione di minimi previdenziali, recupero del fiscal drag e introduzione della scala mobile<br />
Iniziativa Popolare<br />
Presentato in data 9 marzo 2009; annunciato nella seduta n. 173 del 17 marzo 2009» (da <a href="http://www.senato.it">www.senato.it</a>).</p>
<p>Vignetta di Vauro</p>
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		<title>12 dicembre sciopero generale</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Dec 2008 09:09:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Nazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[
Studenti e lavoratori insieme per lo sciopero generale &#8220;NON PAGHERANNO LA VOSTRA CRISI!&#8221;
Il cosiddetto piano &#8220;anticrisi&#8221; varato dal governo nei giorni scorsi conferma l&#8217;impostazione della sua politica.
Elemosina per i più poveri, miliardi di euro per banchieri e padroni. I veri responsabili della crisi che per decenni si sono arricchiti grazie alle politiche liberiste, alle privatizzazioni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="post_image_link" href="http://www.sinistracriticarimini.org/2008/12/08/12-dicembre-sciopero-generale/" title="Permanent link to 12 dicembre sciopero generale"><img class="post_image alignnone remove_bottom_margin" src="http://www.sinistracriticarimini.org/wp-content/uploads/2008/12/pesci1.jpg" width="383" height="140" alt="Non pagheremo la vostra crisi!" /></a>
</p><p>Studenti e lavoratori insieme per lo sciopero generale &#8220;NON PAGHERANNO LA VOSTRA CRISI!&#8221;</p>
<p>Il cosiddetto piano &#8220;anticrisi&#8221; varato dal governo nei giorni scorsi conferma l&#8217;impostazione della sua politica.</p>
<p>Elemosina per i più poveri, miliardi di euro per banchieri e padroni. I veri responsabili della crisi che per decenni si sono arricchiti grazie alle politiche liberiste, alle privatizzazioni, alle esternalizzazioni, in nome degli slogan &#8220;meno stato e più mercato&#8221;, &#8220;privato è bello&#8221; incassano dal governo Berlusconi altre decine di miliardi, mentre ai pensionati, alle lavoratrici e ai lavoratori, ai precari e ai disoccupati va solo una indegna elemosina. Confindustria valuta positivamente il decreto governativo, anche se la sua voracità insaziabile glielo fa giudicare &#8220;insufficiente&#8221;.<br />
Dopo aver incassato miliardi e miliardi nel periodo delle vacche grasse si apprestano a fare altrettanto con il pretesto della crisi, sfruttando ancor più la classe lavoratrice e saccheggiando il territorio e l’ambiente.</p>
<p>Intanto la sofferenza del mondo del lavoro prosegue e si aggrava:<br />
• I salari, fermi da anni grazie alla moderazione delle piattaforme confederali, sono sempre più erosi dalla crescita dei prezzi dei generi di prima necessità;<br />
• I ritmi di lavoro e gli orari di fatto si intensificano e minano la salute delle lavoratrici e dei lavoratori;<br />
• I diritti nelle aziende si fanno sempre meno esigibili e la Confindustria ha l’obbiettivo di far saltare i contratti collettivi di lavoro;<br />
• La precarietà del lavoro non colpisce solo i precari, ma ha ormai contagiato anche i lavoratori e le lavoratrici a tempo indeterminato; centinaia di migliaia sono già in cassa integrazione, mezzo milione di precari sono mandati a casa e si prevedono due anni di recessione con una massiccia disoccupazione.</p>
<p>CISL, UIL e UGL hanno accettato i provvedimenti governativi, ribadendo la loro complicità con la Confindustria e con il governo.<br />
Ma la mobilitazione crescente, prolungata e diffusa degli/delle studenti, delle/degli insegnanti, delle dei ricercatrici/ricercatori, l&#8217;indizione dello sciopero generale dei metalmeccanici e dei lavoratori della Funzione pubblica, il successo dello sciopero e della manifestazione delle lavoratrici e dei lavoratori del commercio e del terziario e, già prima, la grande manifestazione nazionale dei sindacati di base, hanno indotto la CGIL a rompere gli indugi e a proclamare lo sciopero generale per il 12 dicembre. Altrettanto hanno fatto i sindacati di base, proclamando anch&#8217;essi lo sciopero su piattaforme più radicali. Le manifestazioni del 12 dicembre saranno, dunque, ancora una volta, una grande occasione per ritrovare in piazza insieme studenti e lavoratrici e lavoratori uniti a gridare insieme: «Noi la crisi non la paghiamo».</p>
<p align="justify">Al di là della piattaforma della CGIL, moderata come tutta la sua politica, il movimento si batte per obiettivi concreti: il ritiro senza condizioni dei decreti del governo Berlusconi-Tremonti-Gelmini in materia di istruzione, la stabilizzazione dei precari, una diversa politica salariale che ridistribuisca fortemente i redditi a favore delle classi lavoratrici, la difesa dei contratti nazionali di lavoro. Alla straordinaria gravità della crisi occorre rispondere con obbiettivi non meno straordinari e radicali, capaci di far pagare i responsabili della crisi.</p>
<p>• Blocco di tutti i licenziamenti, compresi quelli dei lavoratori precari;<br />
• una grande patrimoniale per tassare le grandi proprietà e profitti trovando così le risorse per interventi pubblici straordinari;<br />
• Sostegno al reddito dei lavoratori con l’istituzione di un salario minimo di 1.300 euro al mese e di una salario sociale triennale per chiunque resti senza lavoro e dal raddoppio delle pensioni minime;<br />
• nazionalizzare le banche per metterle al servizio del paese e garantire un intervento pubblico per rilanciare servizi pubblici e stato sociale.</p>
<p>Lo sciopero generale del 12 deve essere solo un inizio, per provare a vincere come in Francia. Bloccare il Governo Berlusconi è possibile approfondendo e unificando le lotte.</p>
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		<title>E&#8217; cominciata la rivolta sociale</title>
		<link>http://www.sinistracriticarimini.org/2008/10/18/e-cominciata-la-rivolta-sociale/</link>
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		<pubDate>Sat, 18 Oct 2008 08:35:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>l</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[500MILA IN PIAZZA CONTRO LA GELMINI
E&#8217; cominciata la rivolta sociale ed è cominciata dalla mobilitazione degli studenti e della scuola. Un corteo fiume ha attraversato Roma ma altri cortei, sopratutto a Milano, si sono svolti nelle altre città d&#8217;Italia. Lo sciopero generale &#8211; l&#8217;unico sciopero contro il governo &#8211; indetto da Rdb-Cub, Cobas e Sdl [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>500MILA IN PIAZZA CONTRO LA GELMINI</p>
<p>E&#8217; cominciata la rivolta sociale ed è cominciata dalla mobilitazione degli studenti e della scuola. Un corteo fiume ha attraversato Roma ma altri cortei, sopratutto a Milano, si sono svolti nelle altre città d&#8217;Italia. Lo sciopero generale &#8211; l&#8217;unico sciopero contro il governo &#8211; indetto da Rdb-Cub, Cobas e Sdl è stato un grande successo e ha dato inizio, stavolta davvero, a una fase di ri-mobilitazione dell&#8217;Italia civile, che non si rassegna, che ha deciso di ricominciare con la lotta. Vanno ringraziate queste tre organizzazioni che oggi sono più forti ma che hanno anche una grande responsabilità in più. &#8220;Siamo socialmente utili&#8221; ha detto Bernocchi dal palco, ed è vero. Ma all&#8217;utilità sociale si unisce oggi la necessità di rafforzare questo percorso unitario che può davvero fare la differenza e mettere a nudo l&#8217;ipocrisia della Cgil.<br />
Ma un grazie altrettanto grande va rivolto a quella miriade di comitati, di genitori e maestre che ha popolato la manifestazione e a quel surplus, davvero decisivo, di protagonismo studentesco che ha fatto la differenza. E&#8217;, quella degli universitari, una mobilitazione che sta crescendo, che può divenire movimento duraturo e che porta alla luce un&#8217;altra generazione politica, in questo caso successiva anche alla fase del movimento no-global. E che può dare un contributo importante &#8211; se vincesse la sua battaglia sarebbe un contributo decisivo &#8211; al protagonismo dei movimenti, alla loro autorganizzazione democratica e all&#8217;apertura di una fase nuova.<br />
Una bella giornata, dunque. Anche per Sinistra Critica.<br />
Senza nessuna autoproclamazione, possiamo dire di essere l&#8217;organizzazione politica che ha creduto di più in questa giornata (in cui è sfilato un corteo almeno doppio rispetto a quello dell&#8217;11 ottobre) e che ci ha puntato moltissimo, non aderendo all&#8217;11 ottobre e, anzi, indicando quella giornata come inutile rispetto alla centralità di una giornata di sciopero generale. I fatti dicono che questo giudizio era corretto (pensate se invece di sfilare in forma identitaria in un sabato deserto, la sinistra di (ex) governo si fosse impegnata per stare in piazza il 17). Mentre altre orgnizzazioni si sono limitate a qualche bandiera e alla foto a uso stampa in prima fila, Sinistra critica ha portato in piazza i suoi militanti &#8211; ma altrettanti erano impegnati negli spezzoni sociali, in particolare in quello degli studenti &#8211; da tutta Italia mettendosi a disposizione della mobilitazione.<br />
Ed è così che continueremo. La lotta è appena cominciata e va estesa e generalizzata, unendo innanzitutto la scuola con l&#8217;università. E&#8217; il nostro modo di concepire l&#8217;utilità della sinistra e di ripartire, davvero e non a parole, dal basso e dai movimenti.<br />
Davvero una buona giornata, davvero un buon inizio. Noi eravamo là, come sempre con chi lotta e con chi vuole riprendersi il proprio futuro.</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
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		<title>Contro la riforma Gelmini</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Sep 2008 12:17:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>l</dc:creator>
				<category><![CDATA[Locale]]></category>
		<category><![CDATA[Nazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[Premesso che il cosiddetto piano Gelmini, cancella una delle conquiste del movimento studentesco del &#8216;77, ossia la legge 517 del &#8216;77 legge che riformò il sistema di valutazione degli studenti, spazzò via le odiose classe differenziali, il voto di condotta nelle scuole medie e elementari e introdusse i giudizi analitici al posto dei voti. Insieme [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>Premesso che il cosiddetto piano Gelmini, cancella una delle conquiste del movimento studentesco del &#8216;77, ossia la legge 517 del &#8216;77 legge che riformò il sistema di valutazione degli studenti, spazzò via le odiose classe differenziali, il voto di condotta nelle scuole medie e elementari e introdusse i giudizi analitici al posto dei voti. Insieme al ripristino degli esami di riparazione a settembre, aboliti nel 1995, e già reintrodotti per decreto nella scorsa primavera;</p>
<p>Che a partire dal prossimo anno scolastico in tutte le scuole di ogni ordine e grado sarà introdotta anche una nuova pagella con i voti espressi in decimi.</p>
<p>Che i contratti di lavoro differenziati e chiamata diretta per gli insegnati e personale Ata, tagli devastanti al personale e alle risorse, privatizzazione dell&#8217;istruzione pubblica e trasformazione degli istituti statali e delle Università in fondazioni private: sono i cardini su cui poggia la politica scolastica messa in campo dal governo Berlusconi e dal ministro dell&#8217;Istruzione Università e Ricerca Maria Stella Gelmini.</p>
<p>Che il Piano di razionalizzazione per la scuola che la Gelmini sta mettendo a punto avrà un impatto devastante per la scuola pubblica, in quanto esso contiene tagli per circa 8 milioni di euro nei prossimi tre anni, il personale subirà una riduzione di oltre 129.500 unità di cui 87.000 docenti e 42.500 Ata.</p>
<p>Che tutto ciò sarà accompagnato dal blocco totale del turn over, delle assunzioni per i precari e dei bandi per le scuole di specializzazione Ssis.</p>
<p>Che con l&#8217;introduzione del maestro unico si calcola che nel prossimo triennio circa 2 mila scuole, perlopiù dislocate nei piccoli comuni di montagna potrebbero sparire o essere accorpate.</p>
<p>Che il maestro unico non è solo un problema occupazionale ( pure importantissimo); è una questione di qualità della scuola, di scelta pedagogica, affossando così quarant’anni di ricerca, collaborazione, confronto, accettazione della diversità, di scuola elementare che mantiene il quinto posto nelle graduatorie internazionali.</p>
<p>Che i tagli delle cattedre in questo caso potrebbero oscillare secondo le stime del Cesp (Centro studi per la scuola pubblica) dagli 80 alle 110 mila unità e ciò provocherebbe di fatto l&#8217;affossamento definitivo del tempo pieno nelle elementari.</p>
<p>Considerato che si smantella di fatto la scuola pubblica per una “ scuolina” che impedisce il pensiero divergente e la creatività, per una “scuolina” che omologa e livella verso il basso l’offerta formativa.</p>
<p>Siamo a fianco degli insegnanti che hanno lanciato un appello alla mobilitazione contro la privatizzazione della scuola pubblica, in difesa della libertà d&#8217;insegnamento e dei diritti dei lavoratori. E’ chiede il ritiro della riforma Gelmini.<br />
Gruppo consigliare Sinistra Critica Rimini</p>
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		<title>Seminario annuale di Sinistra Critica</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Sep 2008 09:57:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>l</dc:creator>
				<category><![CDATA[Asides]]></category>
		<category><![CDATA[Locale]]></category>
		<category><![CDATA[Nazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[Bellaria 25 &#8211; 28 settembre 2008.
Costruire l&#8217;opposizione alla nuova destra e ripensare la sinistra.
Il programma può essere soggetto a piccole variazioni.
( more &#8230;)
Pubblica su Facebook]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>Bellaria 25 &#8211; 28 settembre 2008.</p>
<p>Costruire l&#8217;opposizione alla nuova destra e ripensare la sinistra.</p>
<p>Il programma può essere soggetto a piccole variazioni.</p>
<p>( <a href="http://www.sinistracriticarimini.org/seminario-annuale-di-sinistra-critica/" title="more">more</a> &#8230;)</p>
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		<title>Passa l&#8217;emendamento alla Camera. Il simbolo di Sinistra Critica sarà presente su tutto il territorio nazionale.</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Feb 2008 16:28:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni08]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra critica]]></category>

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		<description><![CDATA[Parole di soddisfazione e di sollievo quelle di Salvatore Cannavò dopo il voto positivo alla Camera all&#8217;emendamento presentato da Sinistra Critica: &#8220;Si sana una lesione democratica, un ringraziamento a Rifondazione. Le nostre liste aperte per un&#8217;alternativa reale al Pd e per un&#8217;altra idea della sinistra oltre l&#8217;Arcobaleno&#8221;.
Si&#8217; dell&#8217;Aula della Camera al decreto legge che fissa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>Parole di soddisfazione e di sollievo quelle di Salvatore Cannavò dopo il voto positivo alla Camera all&#8217;emendamento presentato da Sinistra Critica: &#8220;Si sana una lesione democratica, un ringraziamento a Rifondazione. Le nostre liste aperte per un&#8217;alternativa reale al Pd e per un&#8217;altra idea della sinistra oltre l&#8217;Arcobaleno&#8221;.</p>
<p>Si&#8217; dell&#8217;Aula della Camera al decreto legge che fissa l&#8217;Election day per le consultazioni del 13 e 14 aprile. Il testo, approvato con 380 si&#8217;, tre no e 73 astenuti (per la maggior parte dell&#8217;Udc), passa ora al Senato.<br />
L&#8217;unica novita&#8217; introdotta a Montecitorio rispetto al testo uscito dal Consiglio dei ministri e&#8217; la norma che consentira&#8217; a Sinistra critica, il movimento degli ex Prc Franco Turigliatto e Salvatore Cannavo&#8217;, di presentare le proprie liste alle prossime Politiche senza dover raccogliere le firme. Saranno, appunto, esentate dalla raccolta di firme &#8221;le liste rappresentative di partiti o gruppi politici presenti nel Parlamento con almeno due componenti&#8221;.</p>
<p>&#8220;Ora è certo che sulle schede elettorali ci sarà il simbolo con la falce e martello e ci sarà la possibilità di esprimere un&#8217;altra idea della sinistra &#8211; ha dichiarato il deputato di Sinistra Critica, Cannavò. Le nostre liste saranno aperte e rinnoviamo l&#8217;appello a unirsi in queste elezioni per rappresentare al meglio un&#8217;alternativa al messaggio tiepido della Sinistra-l&#8217;Arcobaleno, figlia del fallimento dell&#8217;esperimento Prodi-Bertinotti, e della visione da set cinematografico che propone Veltroni&#8221;.</p>
<p>Cannavò, dopo aver ringraziato i gruppi di maggioranza e opposizione e il presidente della Commissinoe Affari Costituzionali ha voluto esprimere un ringraziamento particolare a Rifondazione comunista che &#8220;con la sua scelta di appoggiare l&#8217;emendamento ha compiuto un gesto di civiltà politica&#8221;.</p>
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		</item>
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		<title>Sinistra Critica si presenta alle elezioni. Ricorso al TAR contro il decreto che ci esclude</title>
		<link>http://www.sinistracriticarimini.org/2008/02/18/sinistra-critica-si-presenta-alle-elezioni-ricorso-al-tar-contro-il-decreto-che-ci-esclude/</link>
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		<pubDate>Tue, 19 Feb 2008 06:51:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[decreto elezioni politiche2008]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo è il testo della mozione del Coordinamento nazionale di Sinistra Critica che avvia la campagna elettorale. Martedì si terrà la conferenza stampa di presentazione del simbolo, del programma e della candidatura alla presidenza del Consiglio.
Il coordinamento nazionale di Sinistra Critica riunito a Torino il 17 febbraio ritiene anticostituzionale il Decreto Legge con il quale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><em>Questo è il testo della mozione del Coordinamento nazionale di Sinistra Critica che avvia la campagna elettorale. Martedì si terrà la conferenza stampa di presentazione del simbolo, del programma e della candidatura alla presidenza del Consiglio.</em></p>
<p>Il coordinamento nazionale di Sinistra Critica riunito a Torino il 17 febbraio ritiene anticostituzionale il Decreto Legge con il quale il governo ha derogato i gruppi politici dalla raccolta delle firme per la presentazione di liste elettorali. Una deroga generalizzata che esclude solo Sinistra Critica i cui due parlamentari sono meno uguali degli altri in palese violazione dell&#8217;articolo 67 della Costituzione (ogni parlamentare rappresenta la Nazione).</p>
<p>Questa decisione ci indigna ma non ci sorprende: non è casuale che l&#8217;unico Movimento politico che ha votato contro la guerra e il pacchetto Welfare venga discriminato. E sembra altrettanto evidente la volontà della Sinistra di governo di evitare che sulla scheda elettorale ci sia un simbolo con la falce e martello.<br />
Contro questa misura anticostituzionale noi ci batteremo innanzitutto facendo ricorso al TAR ma soprattutto presentando ovunque le nostre liste.</p>
<p>Sinistra Critica decide infatti di essere presente alle prossime elezioni politiche. Nei giorni scorsi abbiamo lanciato un appello per una lista anticapitalista unitaria e plurale a cui non sono seguite adesioni adeguate e significative. Ce ne dispiace perché l&#8217;idea di una più vasta coalizione resta la nostra idea di fondo. Decidiamo pertanto di presentare nostre liste alle elezioni non già per costruire un partitino autoproclamato ma per continuare a difendere l&#8217;ipotesi di una Costituente anticapitalista sia nel programma che nella formazione delle liste.</p>
<p>Ci presentiamo alle elezioni perché ci sia un punto di vista anticapitalista a sinistra dell&#8217;Arcobaleno che mentre si scontra con Veltroni si allea a Roma con Rutelli; un punto di vista ecologista, femminista e internazionalista che sia rivolto alle lotte e alle mobilitazioni che attraversano il paese, da quelle per la difesa dei territori a quelle contro la guerra e l&#8217;interventismo militare italiano fino alle coraggiose mobilitazioni delle donne in difesa della propria autodeterminazione o del movimento lgbt per i diritti civili e la laicità dello Stato; un punto di vista comunista, perché ancora una volta i simboli della fatica del lavoro vengono buttati nel cestino per giustificare l&#8217;ennesima svolta a destra della sinistra di governo.</p>
<p>Ci presentiamo con una candidatura innovativa alla presidenza del Consiglio (che illustreremo nella conferenza stampa di martedì) e con un simbolo che contiene la falce e martello su un programma anticapitalista dalla parte dei lavoratori e delle lavoratrici, delle donne, dei giovani, per una nuova sinistra di classe, ecologista, femminista, comunista.</p>
<p>Il coordinamento nazionale di Sinistra Critica- Movimento per la sinistra anticapitalista.</p>
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		<title>Una lista plurale e anticapitalista, a sinistra dell&#8217;Arcobaleno e indipendente dal PD</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Feb 2008 22:54:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[arcobaleno]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra critica]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Coordinamento nazionale di Sinistra Critica si è riunito il 3 febbraio per discutere della crisi politica e delle prossime elezioni. Questo è il documento che si propone alla discussione nella sinistra e nel movimento. Sulla base di questo testo, nei prossimi giorni sarà reso pubblico un appello per lanciare una lista della sinistra anticapitalista [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>Il Coordinamento nazionale di Sinistra Critica si è riunito il 3 febbraio per discutere della crisi politica e delle prossime elezioni. Questo è il documento che si propone alla discussione nella sinistra e nel movimento. Sulla base di questo testo, nei prossimi giorni sarà reso pubblico un appello per lanciare una lista della sinistra anticapitalista alternativa all&#8217;Arcobaleno e indipendente dal Pd.</p>
<p>1.La caduta del governo Prodi delinea il disastro di un gruppo dirigente, di un progetto politico, di un’ipotesi che avevamo fortemente osteggiato e di cui noi stessi non prevedevamo gli attuali effetti distruttivi. In soli diciotto mesi il centrosinistra, la mitica Unione che doveva cambiare “davvero” l’Italia, ha inanellato un fallimento dopo l’altro lasciando dietro di sé macerie ingombranti, ben simboleggiate dai rifiuti accatastati in Campania. Un disastro materiale, fatto di impoverimento reale dei lavoratori e lavoratrici, di ulteriore precarizzazione del lavoro – ad esempio con la detassazione degli straordinari – di arricchimento delle casse delle imprese foraggiate con aiuti di stato inediti e massicci; ma anche un disastro morale che ha provocato disillusione, disincanto, perdita di fiducia, distacco dalla politica e dall’impegno attivo, demoralizzazione. Il bilancio non ammette repliche o giustificazioni. In pochi, forse, ricorderanno la tesi principe di Fausto Bertinotti che sosteneva che “l’alternanza è propedeutica all’alternativa”. La nostra obiezione di allora si è purtroppo avverata e l’alternanza si è dimostrata per quello che è realmente: un’alleanza, sbagliata, con la borghesia che favorisce inesorabilmente il rafforzamento delle destre.<br />
<span id="more-27"></span></p>
<p>2.Prodi non è caduto semplicemente per una congiura mastelliana o per una bega familar-giudiziaria. Certo, il fattore scatenante la crisi è questo e questo già dice della natura dell’Unione, spacciata due anni fa come la nuova formula politica che avrebbe cambiato la geografia della sinistra. Prodi cade perché isolato socialmente e in rotta con la propria base sociale, con l’elettorato che, faticosamente e con grandi sacrifici, ne aveva consentito la vittoria in primo luogo per ostacolare le destre e l’odioso populismo berlusconiano. Questa forza è stata strattonata, maltrattata, attaccata socialmente con politiche liberiste e con dei voltafaccia evidenti come nel caso delle spese militari e della guerra, o delle politiche verso i migranti o le droghe e i diritti civili. E’ questo elemento ad aver generato la debolezza del governo, la sua fragilità e quindi la sua esposizione alle manovre di bassa lega orchestrata da centristi e da guasconi come Mastella. Il problema è che l’esito era, purtroppo, prevedibile vista la natura degli allora Ds e Margherita, oggi Pd, e la natura dello stesso Prodi esplicitata già nel suo primo governo e poi per cinque anni a capo della Commissione europea: un mix di liberismo e paternalismo che ha avvelenato la politica italiana degli ultimi dodici anni.</p>
<p>3.In questo disastro spicca il fallimento della sinistra di governo: non solo del suo principale leader, Fausto Bertinotti, ma anche di tutti i gruppi dirigenti, a cominciare da Rifondazione ma senza dimentare il Pdci, che ne hanno seguito supinamente la linea governista e l’ipotesi di alleanza con la “borghesia buona” come venivano definiti i vari Padoa Schiopp, Draghi o Marchionne. Se qualche anno fa Nanni Moretti poteva rivolgersi ai leader di Ds e Margherita affermando che “con tali dirigenti non vinceremo mai”, oggi la stessa accusa può essere lanciata nei confronti di Giordano, Mussi, Diliberto e Pecoraro Scanio. Anche qui di tratta di una disfatta materiale per aver accettato qualsiasi misura proponesse il governo – dalle spedizioni militari all’aumento delle spese militari; dal cuneo fiscale a vantaggio delle imprese alla diminuzione dell’Ires per Montezemolo e soci; dal pacchetto Welfare, osteggiato con una grande manifestazione, al Decreto Sicurezza di stampo razzista; dalle liberalizzazioni di Bersani a una visione di politica estera improntata all’atlantismo con connessa realizzazione della base di Vicenza; dalla nomina di De Gennaro a supercommissario rifiuti alle condanne nei confronti di chi ha protestato contro la visita del Papa all’Università. Un elenco agghiacciante non già di compromessi al ribasso ma di veri e propri cedimenti che non a caso hanno ripercussioni gravi sui livelli di militanza e di adesione anche elettorale a tutti i partiti della cosiddetta “Sinistra-l’Arcobaleno”. Ma la disfatta è anche morale perché il più delle volte gli insuccessi, gli smacchi subiti sono stati esibiti come piccole vittorie, ipotetiche riduzioni di un danno che ad ogni mese si è accresciuto. Solo la visione della caduta del governo, gli entusiasmi delle destre, lo sbandamento della sinistra e lo spaesamento dei vari movimenti e degli stessi lavoratori e lavoratrici rende evidente quanto grande sia il danno procurato. Questi gruppi dirigenti non hanno possibilità di appello, la loro sconfitta riguarda tutti noi e quindi è necessario e giusto che vadano a casa, che ammettano di aver fallito e lascino il campo. Altri dirigenti potranno farsi avanti ed essere giudicati sulla base delle proposte avanzate. Del resto, la dimensione del disastro realizzato non fa che porre, ancora più nitidamente di quanto da noi indicato, la necessità di un discrimine all’interno della sinistra tra chi intende continuare sulla strada del compromesso preventivo e della riduzione del danno e chi vuole invece costruire una sinistra anticapitalista, indipendente dalla borghesia italiana e quindi anche dal Pd, ancorata al conflitto sociale con una visione di rottura del sistema e quindi con una vocazione rivoluzionaria.</p>
<p>4.In questo contesto di crisi, il quadro che si presenta è denso di inquietudini e di rischi. Lo sbocco politico della crisi non promette nulla di buono: governo istituzionale o elezioni anticipate con evidente vittoria della destra, così come, putroppo, una riedizione, improbabile ma sempre possibile, dell’attuale centrosinistra, sarebbero all’insegna del liberismo e dell’adesione alla guerra globale. Anche per questo non siamo e non possiamo essere disposti a soluzioni di governo di qualsiasi tipo. Anche la soluzione della crisi italiana – crisi innanzitutto politica e non di forma istituzionale – passa per una chiarificazione dei differenti progetti politici, anche a sinistra, possibile solo nel quadro di una legge realmente proporzionale in grado di definire la forza e il peso dei vari partiti e quindi una dialettica realmente democratica e una maggiore rispondenza tra paese reale e paese legale.</p>
<p>5.Nell’immediato, quindi, non c’è dubbio che bisogna attrezzarsi per una linea di “resistenza sociale”, per un rafforzamento dei dispositivi di opposizione sociale e di generalizzazione e riunificazione del conflitto. Negli anni passati i vari movimenti sono stati in grado di generare momenti alti di opposizione sociale – non a caso oggi sanzionati pesantemente dalle varie magistrature d’Italia, da Genova a Cosenza – mancando più volte l’appuntamento della ricomposizione e del ricompattamento di spezzoni diversi tra loro. Di fronte agli attacchi che certamente si coaguleranno nei prossimi mesi questa esigenza è indispensabile a partire dal rafforzamento, e allargamento, degli strumenti oggi a disposizione: i patti contro guerra e precarietà, le mobilitazioni femministe, quelle ecologiste, i grumi di resistenza nel mondo del lavoro sia in ambito extraconfederale sia nella capacità di resistenza della Rete28aprile, come dimostra la battaglia contro il contratto dei metalmeccanici che scambia salario con flessibilità. Una capacità vertenziale quindi e di generalizzazione delle resistenza che passi per alcuni momenti di coagulo. Ne indichiamo almeno due: una grande manifestazione contro le politiche di guerra da tenersi a marzo in occasione del voto sul rifinanziamento delle missioni militari (che si farà ugualmente anche a Camere sciolte); e una manifestazione sociale, contro la precarietà, per il salario e contro il carovita, da tenersi eventualmente il 1 maggio (previa verifica e discussione diffusa). Sono solo le prime due occasioni per dimostrare una capacità di “resistenza” – che non eliminano l’importanza di altri appuntamenti come il No Vat del 9 febbraio, l’8 marzo e altre ancora – e una maggiore capacità di coordinamento generale.</p>
<p>6.E’ chiaro che il cambiamento del quadro politico può porre diversamente i rapporti tra le varie sinistre e, soprattutto, tra diversi spezzoni di movimento che in questi due anni si sono divisi anche per la vicenda del governo. E’ una possibilità, non scontata, da valutare con equilibrio. Non propendiamo per atteggiamenti settari ma nemmeno siamo disposti a fare sconti sui contenuti. La resistenza sociale si regge sull’unità di azione attorno a piattaforme qualificanti, non mediate al ribasso e forti nella loro radicalità. Tutta l’esperienza degli ultimi anni dimostra questa realtà. Su guerra, ambiente, femminismo, diritti civili, lavoro e precarietà si possono costruire ampie mobilitazioni più forti e più ampi coordinamenti di lotta ma non ci possono essere ambiguità o esitazioni sulle piattaforme. Il no alla guerra è “senza se e senza ma”, non c’è Libano o Afghanistan che tenga; il no alla precarietà è netto, non c’è un Welfare che possa essere sostenuto; le politiche concertative di Cgil, Cisl e Uil vanno osteggiate anche se queste organizzazioni dovessero finalmente ricordarsi come si fa uno sciopero generale una volta che le destre vincessero le elezioni; il Papa è a capo di un progetto reazionario e conservatore di riorganizzazione della Chiesa e, per questo, di invadenza della sfera civile e politica della Repubblica a partire dall’attacco all’autodeterminazione delle donne. Potremmo continuare: l’esperienza degli ultimi anni, le piattaforme prodotte, le sperimentazioni di movimento realizzate sono acquisizioni da cui si parte, non esperienza da accantonare. E l’unità d’azione si fa, come sempre, su contenuti qualificati e su una dinamica di conflitto progressivo.</p>
<p>7.La necessità dell’unità d’azione non fa venire meno, ovviamente, la necessaria chiarificazione a sinistra. Noi rivendichiamo con orgoglio la giustezza della nostra scelta di dare vita al progetto autonomo e indipendente di Sinistra Critica. Tutte le nostre analisi hanno retto egregiamente alla prova dei fatti: avevamo avvertito dell’impossibilità di governare con Prodi e il Pd; della pericolosità di accettare un compromesso dietro l’altro; della necessità di fissare punti invalicabili per una soggettività politica di sinistra e comunista, ad esempio il rifiuto di avallare la guerra; avevamo spiegato più e più volte come le capitolazioni della sinistra fossero il miglior viatico per la vittoria delle destre, e così via. Oggi i fatti si incaricano di darci ragione e, purtroppo, sappiamo che in politica “l’avevamo detto” quasi mai paga o viene ascoltato. Ma comunque l’avevamo detto. Non si tratta di ottenere gratifiche o congratulazioni postume quanto di ribadire la giustezza di un’analisi di fondo e di una progettualità. Noi crediamo che oggi occorra ricostruire la sinistra di opposizione, la sinistra anticapitalista. Questo è il compito per cui è nata Sinistra Critica. A questo obiettivo è utile una politica di “unità di azione” e di allargamento del conflitto e delle mobilitazioni. Ma questo obiettivo non può esimersi da una chiara e lucida visione programmatica legata a un comportamento politico limpido e coerente. Noi ci riconosciamo nel comportamento parlamentare degli esponenti di Sinistra Critica e di Franco Turigliatto in particolare: un’opposizione di sinistra dichiarata ripetutamente e ripetutamente validata dal comportamento parlamentare non vota a favore di un governo che rivendica orgogliosamente tutto quello che abbiamo contestato. Quel voto altro non ha rappresentato che la traduzione di quanto Sinistra Critica vuole essere: il motore di una Sinistra di opposizione, di classe, anticapitalista, irriducibile al compromesso sociale e alle mediazioni con la borghesia italiana. E’ questa la sinistra che dunque vogliamo costruire e il voto sulla fiducia a Prodi, dopo quello su Finanziaria, Welfare e Decreto Sicurezza, segna l’ennesimo spartiacque con l’altra sinistra, quella moderata e orientata al compromesso sociale e che oggi punta a riunificarsi sotto il simbolo dell’Arcobaleno. Per quanto ci riguarda, dunque, il processo di resistenza sociale e il progetto di ricostruzione della sinistra di classe – nel quale collochiamo la nostra proposta di “Costituente anticapitalista” – si sviluppa nella distinzione tra i due grandi orientamenti delle attuali sinistre: da una parte quella a vocazione governativa legata alla prospettiva dell’Arcobaleno, dall’altra quella anticapitalista, di classe, di opposizione che oggi risulta variamente collocata e articolata anche nelle sue strutture ma che ha già dato alcune prove di dialogo e di lavoro comune. E’ dentro questa distinzione che collochiamo Sinistra Critica il cuo sviluppo e costruzione è per noi condizione essenziale di questo processo di ricostruzione.</p>
<p>8.Per questo rilanciamo con molta forza e determinazione la campagna di tesseramento 2008 a Sinistra Critica legata a una campagna per “la sinistra di opposizione” che partirà nei prossimi giorni e che avrà come suo primo momento pubblico un’assemblea pubblica a carattere nazionale a Torino il 16 febbraio legata al primo seminario dei lavoratori e lavoratrici di Sinistra Critica che si terrà in quella sede.</p>
<p>9.Sul piano elettorale, infine, in caso di elezioni anticipate, crediamo che a sinistra dell’Arcobaleno sia necessario dare vita a una lista della Sinistra antagonista su una piattaforma avanzata di lotta e di rivendicazioni generali (sul salario, sulla ripubblicizzazione dei servizi essenziali e delle grandi strutture nevralgiche del paese – comunicazioni, energia, finanza, trasporti, informazione &#8211; sulla pace, l’ambiente, i diritti civili, la difesa dell’autodeterminazione delle donne, i diritti dei, delle migranti, un piano articolato di servizi sociali) con caratterische di unità e pluralità. Una lista indisponibile ad alleanze e coalizioni con il Partito democratico ma che sappia ridare fiato e prospettiva a un’alternativa di sistema. Sinistra Critica si confronterà con tutte le forze disponibili a questo progetto per poi definire una valutazione conclusiva.</p>
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