2a Conferenza Nazionale. Documento analitico.

by l on 10 settembre 2009

1. Marx  e il tempo della crisi

L’avanzare della crisi, di cui c’erano evidenti segni da più di un anno, ha fatto materializzare un fantasma. Nell’autunno del 2008 Karl Marx è stato più volte citato negli editoriali di autorevoli giornali statunitensi e in uno di questi il suo volto ironico si sovrappone a quello della statua della Libertà. Se di fronte alla crisi perfino gli intellettuali organici del dollaro evocano immediatamente Marx, sarebbe paradossale che Sinistra Critica non facesse altrettanto.

Pensare Marx e pensare con Marx non significa supporre che ogni verità sia già scritta in un Libro, che si deve ora solo comprendere e reinterpretare. Non significa rimuovere l’ovvietà che il mondo di oggi è assai diverso da quello dell’autore del Capitale. E nemmeno ignorare il carattere incompiuto della sua ricerca, le contraddizioni inevitabili nel suo sforzo di cogliere le logiche di fondo di un modo di produzione già complesso ai suoi tempi.

Pensare con Marx significa prima di tutto praticare l’anticapitalismo e raccontarlo. La natura negativa del termine traduce adeguatamente uno stato di cose in cui i soggetti e i percorsi dell’alternativa sono incerti e sperimentali, ma in cui un dato risulta invece con assoluta certezza. Il dato è che l’umanità non può più reggere il peso dell’appropriazione privata delle ricchezze e le logiche distruttive dell’economia capitalistica. Anche prima che la crisi diventasse evidente e in periodi di crescita sostenuta, abbiamo ricordato i prezzi pagati ogni giorno al capitalismo in termini di distruzione dell’ambiente, di guerre e di forte crescita delle ingiustizie. Ma nell’immaginazione popolare il capitalismo è stato negli ultimi decenni il modo di produzione più capace di assicurare benessere e ricchezza e l’aspirazione a una società, in cui i principali mezzi della produzione siano socializzati, si è scontrata con la memoria negativa del “socialismo reale”.

La crisi modificherà profondamente questa percezione della realtà, ma il modo dipende dalle variabili dei conflitti sociali e politici. Quel che la crisi cambia rispetto al recente passato è che le assurdità e le ineguaglianze su cui i profitti hanno continuato a crescere, più o meno nell’ultimo quarto di secolo, faranno più male e lasceranno sul terreno un gran numero di feriti e di morti.

La crisi rappresenta prima di tutto un’occasione perché un numero maggiore di lavoratori e lavoratrici, di disoccupati-e, di studenti, di pensionate-i  saranno portati a chiedersene le ragioni e saranno più disponibili ad accogliere interpretazioni e risposte. Tuttavia se soggetti politici radicati nel corpo sociale non tradurranno la verità in narrazioni semplici, capaci di un’efficace critica anticapitalistica, il disagio di masse impoverite e inquiete sarà ancora una volta dirottato verso guerre tra poveri e capri espiatori.

2. Un capitalismo senza lacci, argini e rigidità

L’evocazione di Marx non è certo gratuita. Al fondo della crisi operano infatti le stesse dinamiche che egli aveva descritto nel suo lavoro teorico: la tendenza alla creazione di un mercato mondiale, l’alternarsi ciclico di periodi di sviluppo e di declino; le crisi nei loro aspetti contraddittori di meccanismi di riequilibro e di tendenze ricorrenti al collasso e al disastro; il paradosso di crisi prodotte non dalla penuria ma da sovrapproduzione di merci o da sovraccumulazione di capitali ecc. E’ capitato alla sinistra europea, nelle sue versioni socialdemocratica  e post-stalinista, di perdere Marx per il prevalere degli interessi d’apparato, ma nello stesso tempo anche per l’incapacità di riconoscerne le sembianze.

Dopo i “trenta anni gloriosi” (1945-1975) e un periodo di transizione l’economia mondiale ha ripreso a svilupparsi, sia pure passando attraverso una serie di crisi finanziarie, di fenomeni di stagnazione e recessioni locali. Il capitalismo ha conosciuto quindi una lunga fase di accumulazione senza rotture simili a quelle della Grande Depressione o della Seconda guerra mondiale, che ne fu a suo modo l’effetto.  Francois Chesnais osserva che la lunghezza della fase di accumulazione ha consentito al capitale di appropriarsi della prassi sociale e di forgiare un tipo di società globale fortemente segnata dalla sua morsa ben al di là della sfera economica. Bisogna aggiungere all’osservazione di Chesnais che la morsa del capitale ha agito con forza devastante anche sul pensiero delle sinistre europee. Esse hanno finito col convincersi che il capitalismo fosse capace di continui adattamenti e di infinite metamorfosi e che Marx fosse inutilizzabile per orientarsi nel presente. Molte cose sono sfuggite a questa superficiale convinzione, ma è possibile qui ricordarne una soltanto. Karl Marx ha potuto descrivere le dinamiche di fondo proprie di un modo di produzione. Non ha potuto ovviamente descrivere i fenomeni di natura sociale, politica, militare, culturale, simbolica ecc. che hanno costretto il capitalismo ad aggiustamenti e trasformazioni. Il più importante tra questi è stata l’esistenza di quell’insieme internamente conflittuale e suo malgrado sinergico che abbiamo chiamato nel Novecento “movimento operaio”. Sconfitto il movimento operaio ha potuto affermarsi un capitalismo senza rigidità, senza argini, senza lacci e abbandonato alle proprie specifiche logiche interne.

La crisi rende ora evidente che questo capitalismo non è in grado di assicurare, nemmeno nei paesi più ricchi del mondo, il minimo di garanzie necessarie per vivere dignitosamente. Prima della crisi, senza crisi o durante le sue crisi parziali il capitalismo ha potuto continuare a vivere solo generando una vera e propria società dell’ingiustizia.

Per continuare a produrre rendite e profitti ha dovuto ridurre drasticamente il potere dei sindacati, mettere in concorrenza la forza-lavoro sul piano mondiale, comprimere i salari, aumentare la giornata di lavoro, precarizzare e frammentare il lavoro. La stagnazione dei consumi di massa  e quella dello stock di capitale fisso sono stati compensati da un processo di finanziarizzazione non nuovo, se non nello spessore e nell’estensione. I profitti non reinvestiti nella produzione sono diventati capitali di prestito, rendita su energie, materie prime, fondi pensione ecc. I capitali nomadi alla ricerca dei rendimenti più alti hanno generato altri capitali a loro volta alla ricerca di iper-rendimenti, provocando fenomeni di sovraccumulazione, di speculazione e di vera e propria rapina. Le privatizzazioni e i progetti di privatizzazione (energie, salute, istruzione, acqua ecc.) sono uno degli effetti di questa affannosa ricerca di rendite finanziarie. La finanza ha reso possibile la crescita del numero dei possessori di rendite e la crescita dei loro consumi.

Le dinamiche prodotte da un capitalismo libero di agire secondo la propria natura hanno avuto come conseguenza la perdita dei livelli di vita e dei diritti acquisiti dal lavoro salariato in Europa dopo la seconda guerra mondiale.

L’idea che negli ultimi decenni i poveri siano diventati più poveri e i ricchi più ricchi non è un luogo comune, ma una realtà testimoniata anche da istituzioni ed enti al di sopra di ogni sospetto. Nel 2007 la BRI, la Banca per i regolamenti internazionali, un istituto dipendente dalla Banca centrale europea, ha calcolato che nei precedenti 15 anni si è realizzato in Italia un gigantesco trasferimento di ricchezza dai salari ai profitti. Ogni anno, al valore attuale della moneta, 120 miliardi di euro sono passati dai redditi da lavoro a quelli da capitale con una media di 7000 euro l’anno persi da ogni singolo lavoratore o lavoratrice, in attività o in pensione, in base alla ricchezza prodotta.

La crisi colpisce quindi un corpo sociale già profondamente indebolito e un lavoro   salariato che non è più classe. Nessuna risposta alla crisi sarà possibile se non si risolve il problema non aggirabile di dare alla critica il corpo di milioni di donne e di uomini, consentendo a Marx di andare oltre le riviste finanziarie e la ricerca universitaria, sia pure autorevole e comunque significativa.

3. La crisi di un modello

La crisi travolge prima di tutto il modello statunitense fondato sul sovraconsumo a credito finanziato dal resto del mondo. Tra il primo trimestre del 1998 e il primo trimestre del 2008 il PIL degli USA è aumentato del 31%, ma solo una limitata percentuale di popolazione ha fruito della crescita economica. Emmanuel Saez ha mostrato che nel 2006 il 50% del reddito annuo andava al 10% della popolazione con un livello della concentrazione della ricchezza superiore a quello della vigilia della crisi degli anni Trenta. Hanno contribuito a sostenere questo tipo di crescita, fondato sul consumo dei più agiati, le spese militari e uno spettacolare abbassamento delle tasse.

Vale la pena di fare un’osservazione non marginale per le sue implicazioni politiche. Nel 20% della popolazione americana che ha fruito della crescita sono inclusi anche gli strati più alti del lavoro salariato, il cui consumo è aumentato non per una progressione dei salari ma per una forma di partecipazione alla distribuzione del plusvalore. Dall’altra parte anche a settori molto meni agiati è stata data l’impressione di poter partecipare allo shopping malgrado la compressione dei salari, attraverso il consumo a credito più abbordabile grazie ai bassi tassi di interesse. Ne è derivato un coinvolgimento, in parte obiettivo e in parte psicologico, di ampi settori del lavoro salariato nello stesso sistema che lo ha messo nel tritacarne di quello che Patrick Artus ha chiamato “modello antifordista”. Un modello – come si è già detto – in cui la redditività delle imprese di fonda su una alterazione profonda della divisione in favore dei profitti.

Ora la festa è finita. Gli Stati Uniti sono il paese più indebitato del mondo e oltre ogni limite in passato immaginabile. La spettacolare riduzione delle tasse accompagnata dall’aumento delle spese militari ha riaperto la voragine della spesa statale. Il rilancio dei consumi in presenza di una stagnazione dello stock di capitale fisso, la crescita più rapida delle importazioni che delle esportazioni ha aggravato il deficit del commercio estero, mentre l’indebitamento delle famiglie accelera e diffonde i fenomeni di impoverimento che avevano già caratterizzato gli anni delle vacche grasse. La sua potenza militare e politica ha consentito finora agli stati Uniti di reggere una situazione paradossale, facendo leva in modo particolare sull’importazione di capitale “contrariamente a tutte le definizioni classiche dell’imperialismo”, come commenta Michel Husson.

E’ necessario comprendere quale ruolo ha avuto nella crisi l’elezione di Obama, che non è affatto un episodio casuale o secondario. Inutile dirci che Obama farà ben poco di diverso da ciò che avrebbe fatto McCain. Il suo programma del resto è più moderato di quello della stessa Hillary Clinton.

Sarebbe stato però politicamente poco intelligente guardare con sprezzante ironia l’emozione che la sua elezione ha suscitato in tutto il mondo per il valore simbolico della presenza di un afroamericano alla casa Bianca.

Tuttavia l’aspetto che ci interessa è un altro. Decisivi settori delle oligarchie economiche statunitensi hanno scelto a un certo momento di puntare su Obama perché la sua popolarità in America e nel mondo risolve, sia pure solo per un momento, il problema del consenso, della legittimità di un modo di produzione che la crisi delegittima anche agli occhi dei più ingenui. Bisogna poi avere chiara la ragione della popolarità di Obama, che solo in parte deriva dal valore politico dell’ascesa di un afro-americano al ruolo di simbolo incarnato del potere. Nell’elettorato nordamericano è scattato a un certo punto il meccanismo psicologico che si chiama “spostamento”: una diversità di colore della pelle (ovviamente con le sue implicazioni storiche) è stata spostata sul piano politico e inconsciamente trasformata in una promessa di diversa gestione della direzione politica del paese.

L’impopolarità di Bush e l’esigenza generalizzata di cambiare, che hanno fatto della parola ”cambiamento” il termine più utilizzato nella campagna elettorale, ha sospinto l’afro-americano Obama alla carica più prestigiosa del mondo. Alcuni mesi dopo la sua elezione i fatti confermano ciò che era facile prevedere: al di là delle differenze di immagine e di stile, il nuovo presidente degli Stati Uniti non fa e non potrà fare nulla di sostanzialmente diverso da ciò che ha fatto il suo predecessore e che avrebbe fatto il suo rivale McCain.

La rivoluzione immaginaria di Obama merita attenzione anche perché le questioni del consenso e della mediazione politica torneranno a essere per il capitalismo cruciali e non sempre e non dappertutto essa produrrà eventi almeno simbolicamente così positivi. Al contrario non di rado le crisi aprono la via al potere di avventurieri e di dementi di ogni risma.

4. La coscienza di classe del capitalismo e lo “choc esogeno”

Indipendentemente da ogni considerazione sugli esiti, questa è l’occasione per riflettere su ciò che Ernest Mandel intendeva riferendosi allo sfinimento storico del “capitalismo della terza età”. L’attuale stato di cose rivela comunque che fattori di crisi numerosi e combinati si sono accumulati nelle dinamiche economiche degli ultimi decenni.

Tutte le fonti interessate a tranquillizzare (vedi per esempio l’editoriale di Focus- Banca Nazionale del Lavoro del 10 ottobre 2008) sono state così rapidamente smentite da far apparire adesso superflua ogni polemica. Le dimensioni della crisi sono ormai evidenti e la discussione magari è sui modi per attutirla e i sui tempi della sua durata.

Bisogna quindi prima di tutto contrastare l’idea che il capitalismo abbia imparato a gestire le proprie contraddizioni grazie alla “coscienza di classe” dei protagonisti delle vicenda economica. La consapevolezza reale o presunta di istituzioni e oligarchie economiche non sarebbe comunque sufficiente ad affrontare questo tipo di crisi. Interessi conflittuali, poteri cristallizzati, incognite e dinamiche che nessuno è in grado di controllare decideranno molto di più che la consapevolezza.  Già ora Naomi Klein spiega come negli Stati Uniti l’intervento statale di soccorso alla finanza ottiene il solo effetto di accrescere il suo potere e tende quindi ad aggravare piuttosto che a ridurre i fattori di crisi.

Le misure più avanzate messe in atto dopo la crisi del ‘29 appaiono oggi molto meno praticabili a causa dello spessore dell’indebitamento e del livello a cui è giunta una contraddizione specifica e mai risolta. Si tratta della contraddizione tra la tendenza ad aumentare il tasso di sfruttamento per compensare il calo della percentuale di profitto prodotta dall’innovazione tecnica e la necessità di un incremento sempre maggiore delle vendite.  Inoltre non bisogna dimenticare che la crisi del ‘29 fu risolta da un insieme di disastri e di fenomeni distruttivi di esseri umani e di ricchezze: il crac economico, il supersfruttamento dei regimi fascisti e conservatori, i milioni di morti della guerra e il ruolo economico assunto dagli armamenti anche dopo il 1945.

Vale la pena di citare ancora Ernest Mandel, che ricordava un fenomeno proprio del capitalismo maturo. Se il passaggio da un’onda lunga espansiva a un’onda lunga recessiva risulta “automaticamente” da fattori economici, non è così per il passaggio in senso inverso che richiede uno “choc esogeno”, esterno cioè alla sfera economica. Dopo il ‘29 appunto il fascismo, la guerra e il riarmo successivo alla guerra.

Tuttavia, come sono per il capitalismo oggi problematiche le soluzioni progressive, lo sono altrettanto quelle aggressive e traumatiche, ma la cosa in sé non può tranquillizzarci.  La coscienza di classe del capitalismo (o almeno delle sue élites capaci di pensiero politico) è sufficientemente sviluppata per non ignorare i rischi di un rilancio di simili espedienti in presenza del livello attuale dei conflitti e del loro potenziale distruttivo. Non è tuttavia abbastanza sviluppata perché non siano i profitti a dettare le direzioni e le dinamiche di un eventuale “choc esogeno”  prossimo venturo.

Bisognerebbe porsi di fronte alla crisi con un’acquisizione intellettuale almeno, al di là di ogni considerazione sulla sua attualità e sulle possibilità di realizzazione. L’alternativa non può essere che uno “choc esogeno” di segno opposto a quello latente nei meccanismi e nelle logiche di fondo del modo capitalistico di produzione. Anticapitalismo significa anche questo.

5. La crisi del rapporto dell’umanità con il suo ambiente materiale

La crisi economica è inscritta in un’altra crisi, quella del rapporto tra l’umanità e il suo ambiente materiale. Le due crisi non si sommano, anche perché si collocano su dimensioni di tempo diverse, ma sono destinate comunque a condizionarsi reciprocamente. Sono condizionati allora anche programmi,  progetti di redistribuzione delle ricchezze e modelli economici, soprattutto perché l’emergenza maggiore (l’emergenza climatica) ha a che fare con la produzione e con l’attività economica in genere.

Oggi non basta più evocare le energie alternative e lo sviluppo compatibile: lo stato delle cose è ormai tale da imporre modifiche essenziali nel modo di pensare stesso. A leggere le prudenti previsioni degli organismi governativi incaricati di indagare sui cambiamenti di clima, l’accelerazione del surriscaldamento impedirà nel prossimo futuro una stabilizzazione al di sotto del livello critico. Comunque e anche nella migliore delle ipotesi la stabilizzazione avverrà al di sopra di quella soglia con la conseguenza (tra le altre) di un sensibile innalzamento del livello dei mari. Una parte delle pianure costiere, in cui vive più del 50% dell’umanità, potrebbe quindi diventare inabitabile prima della fine del secolo. Questa prospettiva impone di cominciare a ridurre le emissioni al massimo entro il 2015 e di arrivare a una riduzione dal 50 all’85% entro il 2050. Visto che il livello di pericolo è stato sorpassato,questi obiettivi devono essere necessariamente considerati degli imperativi e delle condizioni sine qua non della sopravvivenza.

Il “New Deal verde” di Obama conferma che parte delle oligarchie economiche e delle loro istituzioni pensano alla riparazione dei guasti ambientali come a una possibilità di rilancio dell’economia. Può essere davvero questo lo choc di cui il capitalismo bisogno ?   Un riformismo ecologista non è del tutto impossibile  e non esiste ragione per escludere che reazioni di difesa di sé come specie si manifestino anche nei gruppi sociali egemoni. Soprattutto se la coscienza di specie si mostra poi in grado di garantire  rendite adeguate e i consistenti profitti. Un riformismo ecologista è auspicabile di fronte all’estrema gravità della crisi ambientale e all’arretratezza dei percorsi di costruzione di alternative al capitalismo e alle modalità attuali della sua esistenza.

Non è tuttavia questo il terreno su cui Sinistra Critica ha interesse a collocarsi. Se infatti si può anche ritenere possibile e auspicabile, si deve invece escludere che il riformismo sia davvero in grado di risolvere la crisi o anche solo invertire significativamente le tendenze distruttive innescate dal capitalismo. Prima di tutto è legittimo dubitare dell’entità effettiva della riparazione dei guasti. “Sviluppo sostenibile” è diventato uno slogan dietro il quale o non c’è nulla o c’è addirittura il contrario di ciò che esso dice, visto che anche la Banca Mondiale ha fatto proprio l’obiettivo e che esiste in Francia un ministero dell’Ecologia e dello Sviluppo sostenibile. Un blocco potentissimo di interessi, di cui fanno parte gli oligopoli del petrolio e di produzioni ad alta intensità inquinante, rappresenta un macigno sulla via verso altre possibilità. E’ vero che i capitali sono nomadi e possono spostarsi da un settore all’altro. Non è vero invece che gli spostamenti siano sempre così semplici e indolori.

In secondo luogo non saranno certo interrotte le produzioni e le spoliazioni inquinanti e devastanti con conseguenze accelerate dalla logica degli effetti cumulativi. Non si può elaborare un teorema sul rapporto tra la velocità dei due fenomeni: la riparazione dei guasti e il loro incremento. Si può dire invece con certezza che saranno i dividendi e non lo stato dell’ambiente a decidere. Inoltre riparazioni che abbiano i dividendi come stella polare possono avere come effetto collaterale l’aggravarsi di altri aspetti della crisi ambientale. Si pensi per esempio a un rilancio del settore dell’automobile fondato sull’uso obbligatorio di energie non inquinanti (di cui sono già stati fatti  esperimenti solo parziali) e a ciò che significherebbe di nuova appropriazione di risorse e disseminazione di rottami. Infine resta aperta la possibilità di scaricare gli effetti della crisi ambientale su settori sociali e paesi più deboli con una diversificazione ulteriore della condizione umana e il consolidamento della logica per cui esistono aree del mondo in cui vive una sottospecie  contro la quale è lecito fare di tutto.

Alla gravità dell’attuale stato di cose non risponde nemmeno la teoria della decrescita, che si fonda sulla convinzione che qualsiasi attività umana, in un ambiente finito quale la Terra, sia destinata a produrre danni irreversibili. Data la premessa, la decrescita può essere intesa quindi solo come decelerazione del movimento verso il punto in cui il pianeta dovrebbe essere per gli esseri umani comunque invivibile. Nessun margine di manovra è lasciato alle diverse forme di organizzazione della società, non esiste cioè alcuna possibilità di un modello di sviluppo diverso. Eliminati dall’orizzonte i rapporti sociali, la possibilità e l’utilità di cambiarli, alla teoria della decrescita non resta che elevare la povertà e l’arretratezza del Sud del mondo al rango di “differenza” e sottolinearne il valore.  Il progresso, la soddisfazione di bisogni elementari, la piena occupazione, l’istruzione, lo Stato assistenziale ecc. sono solo miti della cultura occidentale e ogni tentativo di trapiantarli altrove non può essere altro che pretesa neocoloniale. Si chiede talvolta anche una “redistribuzione” tra Nord e Sud ma, dal momento che rapporti di forza e conflitti sociali non fanno parte dell’orizzonte dei sostenitori della decrescita, non si capisce come la redistribuzione potrebbe avvenire. Al Nord si fa appello soprattutto al senso di responsabilità individuale, tragicamente inadeguato rispetto all’entità dei problemi.

Questo non significa che un problema di contenimento della produzione non si ponga nella fase della transizione. La transizione verso una stabilizzazione del riscaldamento climatico ai livelli previsti impone infatti di produrre isolanti, rinnovare milioni di case, investire nelle ferrovie pubbliche, costruire pannelli solari ecc. Tutto questo significa un consumo di energie che nei primi anni sarebbe necessariamente fossile, un aumento delle emissioni in proporzione e l’impossibilità di cominciare a ridurle entro il 2015.

6.         La crisi di civiltà, il suo rovescio e le sue direzioni di marcia

Gli anni della finanziarizzazione e della messa in concorrenza globale della forza lavoro hanno conosciuto anche le manifestazioni di una complessiva crisi di civiltà. Non c’è bisogno di insistere sulla ragioni che l’hanno determinata: le dinamiche economiche e sociali hanno sconvolto l’esistenza di intere comunità umane; la decomposizione del movimento operaio del Novecento le ha private di un punto di riferimento portatore di critiche e di discriminanti razionali.

Le reazioni si sono quindi ulteriormente diversificate e l’immaginazione politica si è girata all’indietro per il venir meno di un orizzonte in qualche modo progressivo.

Non si tratta di operare riabilitazioni postume delle burocrazie, né di quelle al potere, né di quelle delle società capitalistiche. L’una e l’altra hanno collaborato attivamente alla sconfitta anche su questo piano.  Per esempio il ruolo politico dell’Islam nelle resistenze antimperialiste e la crisi delle resistenze laiche (nazionaliste e-o socialisteggianti) deve molto alla debole opposizione del partito comunista iraniano contro la feroce autocrazia dei Pahlavi e all’invasione sovietica dell’Afghanistan. Allo stesso modo nei paesi dell’Europa orientale la schiacciante repressione burocratica contro ogni opposizione e lo spazio lasciato alle Chiese ortodossa e cattolica, in una sorta di “compromesso storico” utile a entrambe le parti, hanno consentito l’esistenza di un margine non del tutto omologato in cui forme di blanda resistenza hanno potuto raccogliersi e sopravvivere. Anche in Europa occidentale e in Italia in modo particolare, esiste un evidente legame tra un’assenza (quella dell’organizzazione del lavoro salariato) e la crescita del ruolo politico della burocrazia vaticana. Vale la pena di ricordare che il marxismo europeo, sia quello occidentale nel XIX secolo, sia quello orientale agli inizi del XX, hanno dovuto spesso  strappare l’egemonia politica a sette religiose in ambienti operai e contadini.

Abbiamo assistito all’ascesa di nuove destre, in questa fase più capaci delle sinistre di adeguarsi ai bisogni e ai tempi senza perdere la loro funzione. Si è rafforzato il mito delle “piccole patrie”, privato ormai della carica di radicalità che lo aveva caratterizzato negli anni Sessanta e Settanta. Si sono soprattutto diffuse nuove forme di razzismo in parte diverse da quelle del passato, ma che svolgono la medesima funzione di gerarchizzazione del lavoro salariato e diversivo.

Sarebbe un errore tuttavia credere che dall’inizio degli anni Ottanta si siano manifestati solo fenomeni di regressione. Esiste ancora una contraddizione tra le reazioni conservatrici su cui il capitalismo fa leva e l’impossibilità di conservazione propria dei suoi meccanismi di fondo.

L’intellettualizzazione del lavoro subalterno ha prodotto inedite capacità di autorganizzazione, che non possono essere idealizzate, ma che avranno certamente un ruolo nella costruzione di un nuovo movimento operaio. La femminilizzazione del lavoro ha significato precarizzazione e perdita di diritti, ma l’immissione di un numero sempre maggiore di donne nel mercato del lavoro ha rappresentato il sostegno materiale di un’ondata femminista di lunga durata, di cui sono ancora evidenti gli effetti nelle nuove generazioni femminili.

Nello stesso periodo si è sviluppato negli USA, in Europa e in America latina il movimento di lesbiche, gay e trans divenuto ormai una componente attiva della lotta contro l’involuzione culturale e politica.  L’elezione di Obama, al di là di qualsiasi giudizio sugli interessi di cui è l’espressione, rende evidente l’acqua passata sotto i ponti dal tempo della lotta per i diritti civili, anche se la società statunitense resta ancora caratterizzata da un razzismo tenace e diffuso. La funzione politica della Chiesa cattolica non cancella la crisi delle vocazioni, le difficoltà a misurarsi con i processi di laicizzazione e con la pluralità e fluidità delle mitologie, le secessioni silenziose e le conversioni ad altre religioni in America latina. Il ritorno di Marx nell’economia politica e nella cultura accademica, da cui era stato emarginato per narrazioni filosofiche più capaci di descrivere la frammentazione, è un sintomo da non sottovalutare. Anche se da questo non deriva necessariamente il ritorno di Marx nella politica.

Ricordare il rovescio della crisi di civiltà è essenziale. Se infatti nel giusto intento polemico di sottolineare gli effetti deleteri della globalizzazione si chiude l’orizzonte, diventa impossibile pensare il superamento dell’attuale stato di cose. Seguire un percorso di alternativa significa anche individuare le correnti della storia che vanno nella direzione più favorevole ai nostri propositi e tentare di inserirvisi, sostituendo all’immagine del rivoluzionario che naviga contro corrente quella del collettivo che sa almeno in quale direzione procedere insieme.

La crisi economica è certamente destinata a produrre la crisi delle ideologie e del senso comune diffusi negli ultimi decenni, cioè la crisi della crisi. Ma in questo caso due negazioni non necessariamente affermano. Crisi della crisi significa solo trasformazione, cambiamento ulteriore. Ciò che avverrà nel prossimo futuro sarà un’accentuazione dei fenomeni già presenti da tempo con la possibilità di veri e propri salti qualitativi. O nel senso di una mutazione in peggio o nel senso inverso di una verifica che l’ideologia (nel senso di falsa coscienza)  di fronte alla crisi economica è una coperta corta che non copre una parte troppo ampia dell’indispensabile consenso.

7. Una destra pericolosa e instabile

Si deve prendere atto che il primo cambiamento politico sotto la pressione della crisi in Europa non è stato certo il rilancio delle sinistre, perché progetti e orientamenti politici non si manifestano spontaneamente e come reazione a uno stato di cose.

Le elezioni europee del 2009 hanno registrato dappertutto più che la vittoria delle destre, la sconfitta delle sinistre. E non solo: quasi dappertutto si rafforzano partiti razzisti, xenofobi e in qualche caso, come in Ungheria, antisemiti. In Gran Bretagna il British National Party conquista il 6,5% dell’elettorato e i suoi primi due seggi nel parlamento europeo; in Olanda il partito islamofobo e anti-immigrati di Geer Wilders è passato dal 5,9% delle elezioni del 2006 al 16-17% delle elezioni del 2009; in Romania, in Austria, in Bulgaria, in Belgio si sono rafforzate le formazioni razziste, in qualche caso radicate in ambienti del vecchio collaborazionismo nazista. In Italia la Lega è addirittura al governo e con un forte potere di condizionamento, come dimostra la vicenda delle ronde, cioè della legalizzazione delle tradizionali squadracce di estrema destra, per ora in funzione antimmigrati.

Non avrebbe senso discettare su quanto pericolo ci sia oggi e in prospettiva nei prossimi anni. La presenza di una destra dai connotati razzisti e fascisteggianti e di una destra moderata che la copre e crea il clima più adatto alla sua proliferazione, deve essere considerata condizione sufficiente a fare dell’antifascismo e della lotta antirazzista uno dei principali compiti di un’associazione anticapitalista come Sinistra Critica.

Esiste tuttavia anche il problema di capire le destre nei loro tratti tradizionali e nuovi; in ciò che ripete vecchie pratiche e in ciò che è a suo modo riflesso di una società diversa. Diversa da quella degli anni Venti e Trenta, ma diversa anche da quella degli anni Cinquanta. Da questo punto di vista l’Italia può credibilmente essere assunta come angolo di visuale, perché è toccato al nostro paese essere ancora una volta il laboratorio di un esperimento  in itinere e quindi dagli esiti incerti.

L’Italia è stata e resta laboratorio perché il vuoto politico creatosi nei primi anni Novanta ha potuto essere occupato da fenomeni vecchi e nuovi della società italiana senza o con una più debole mediazione conservatrice dei ceti politici.

Il potere mediatico di Berlusconi, la frammentazione del lavoro salariato e la sua tendenziale gerarchizzazione razzista hanno impresso alla leadership berlusconiana una caratteristica plebiscitaria in sintonia con i processi sociali e culturali di “americanizzazione” delle società europee in cui il movimento operaio del Novecento è ormai disperso.

La vocazione plebiscitaria di Berlusconi ha trovato sostegni in forze e isitituzioni tradizionali e di notevole “spessore reazionario”. Le burocrazie cattoliche (governate oggi dalla loro destra), le mafie che fanno da tramite tra attività imprenditoriale e politica, correnti fasciste con ruoli negli apparati di Stato e nel governo rendono l’Italia un caso specifico in Europa occidentale. Ma specifico non vuol dire avulso dal contesto europeo; vuol dire con tratti più marcati in senso conservatore e reazionario.

8. La condizione prima per affrontare la crisi

La parte delle sinistre europee che eredita le tradizioni socialdemocratica e post-stalinista soffre da troppo tempo di paralisi del pensiero. La convinzione che non esista forza capace di imprimere alla storia una direzione diversa da quella determinata dalle logiche di fondo del capitalismo, è profonda.  Le evocazioni del sole dell’avvenire sono state nella stessa sinistra radicale poco più più che espedienti per strappare applausi in chiusura di assemblee e di congressi. L’audacia del pensiero si è spinta in realtà non oltre l’auspicio a un ritorno dell’intervento dello Stato, come se davvero finora non fosse intervenuto nell’economia. Su questo tema sono chiarificatrici le cose scritte da Bellofiore e Halevi: se non si capisce che l’intervento pubblico non se n’è mai andato, non si capisce il nuovo capitalismo e la crisi. Anzi – aggiungono – più la crisi si aggrava più il vecchio armamentario del New Deal viene saccheggiato dai neoliberisti : sostanziale nazionalizzazione della finanza e dell’immobiliare, ricapitalizzazione diretta del sistema bancario, estensione delle garanzie sul credito bancario. Le ipotesi di soluzioni di tipo keynesiano, che per la stessa sinistra della sinistra (vedi la Rifondazione di Fausto Bertinotti) sono state finora l’unico orizzonte immaginabile , non risolvono. Anche perché rivoluzione monetarista, era reaganiana, New Economy ecc. hanno le loro radici proprio nell’epoca keynesiana.

Tuttavia l’evocazione continua del keynesismo non è senza ragione. Esso rappresenta infatti il feticcio dell’unica evoluzione possibile della crisi che non implichi un’esacerbazione della concorrenza e un incremento dello sfruttamento e delle delocalizzazioni. In ultima analisi solo un intervento dello Stato o di istituzioni sovranazionali di tipo statale può arrestare la crisi e sventare i rischi di esiti disastrosi, di cui è difficile prevedere la natura solo perché nella realtà attuale ne sono iscritti di numerosi e diversi.

Ma prima di ogni altra considerazione, ricetta o consiglio bisognerebbe formulare una precisa domanda: quali forze sociali, quale insieme politico-sociale sono in grado di condizionare l’intervento statale in modo che esso significhi occupazione nuova e stabile, aumento dei salari, rilancio del Welfare e scelte di politica economica  che consentano di cominciare a ridurre le emissioni entro la data improrogabile del 2015 ecc ?

Dal momento che con troppa evidenza questa domanda si pone e che il proletariato non sembra proprio nelle condizioni migliori per candidarsi a indirizzare l’intervento statale, la tentazione di inventarsi possibili alleati in settori decisivi delle oligarchie economiche è sempre forte. La parte migliore del New Deal e i suoi effetti nel tempo continuano ad agire sull’immaginazione politica delle sinistre come promessa e premessa di un riformismo eternamente possibile.

Ipotizzare una specie di ritorno al fordismo, che rappresenterebbe una svolta auspicabile, anche se non rivoluzionaria, significa non tenere di un  particolare decisivo, al di là delle considerazioni di ordine economico. Il “nuovo patto” fu possibile perché esistevano due contraenti, uno dei quali era rappresentato da un movimento sindacale radicato in un proletariato strutturalmente forte e bene organizzato. Il vero problema non è quindi cercare possibili alleati nelle oligarchie economiche ma  ricostituire nel lavoro salariato (femminile e maschile, migrante e nativo, in formazione e a riposo, stabile e precario, intellettuale e manuale ecc.) l’insieme capace di condizionare gli esiti della crisi in senso riformista o rivoluzionario.

Se l’attenzione si sposta su questo piano allora il problema non è più la ricerca di alleati -  comunque inesistenti finché non esiste un soggetto in grado di imporre l’alleanza -  ma l’insieme delle lotte, delle pratiche sociali, delle forme organizzative ecc. capaci di rendere effettive le potenzialità esistenti nel corpo sociale.

9. I difficili percorsi verso l’alternativa

L’insistenza sul termine negativo “anticapitalismo”non significa affatto che Sinistra Critica non proponga alternative e per ovvi motivi. Prima di tutto perché la critica a qualcosa non si fa che in nome di qualcosa d’altro e per questo la logica delle alternative è in gran parte implicita nelle critiche stesse. In secondo luogo perché gli aggettivi comunista-ecologista-femminista, inscritti nel suo simbolo, delineano senza possibilità di equivoci orizzonti carichi di significati. Infine perché dopo la prova del Novecento e di fronte allo spessore dei problemi del presente non è più possibile ripetere quel che, a suo tempo giustamente, Marx affermava e cioè che non era opportuno fornire ricette per “la cucina dell’avvenire”.

In parte questa affermazione resta ancora valida, perché sono i soggetti delle trasformazioni e le loro necessità a determinare la qualità dei cambiamenti sociali. In altra parte la stessa costruzione dei soggetti e dei percorsi dell’alternativa richiede oggi la capacità di elaborare e proporre elementi di un progetto di società profondamente diverso dall’attuale.

Deve essere chiaro tuttavia che un progetto di alternativa non è prima di tutto un modello ideale di società, né un complesso di soluzioni razionali e giuste ai problemi dell’umanità intera. Elaborare elementi di progetto significa pensare un percorso, una dinamica, un processo (o come si preferisce dire) nel corso del quale una soggettività si rafforzi e diventi capace di imporre i propri bisogni e i propri angoli di visuale, che non possono essere prefigurati oltre un certo limite.

Proprio per questa ragione si deve ammettere che sui percorsi verso l’alternativa gravano  incognite che rendono oggi più difficile che in passato prefigurarli. Il lavoro salariato entra nella crisi in condizioni di debolezza estrema e quindi con una capacità assai ridotta di condizionarne gli esiti. Impedire l’evoluzione peggiore della crisi e intraprendere il lavoro politico di ricostruzione del soggetto dell’alternativa sono perciò un atto solo. Questo soggetto deve essere pensato come un insieme politico sociale, espressione della parte della società priva di ogni specifico interesse a conservare istituzioni, gerarchie e logiche di fondo del modo capitalistico di produzione. Cioè come espressione del lavoro subalterno. Ma la formula “lavoro subalterno” contiene in sé ormai un’ampia articolazione di condizioni di lavoro e di esistenza. Non si tratta infatti solo di diversità tra lavoro stabile e precario, del settore pubblico e privato, intellettuale e manuale. La messa in concorrenza della forza lavoro sul piano globale ha gettato sul mercato anche esistenze diverse come quelle femminili e migranti, mentre la precarizzazione crea una generazione-classe che sembra condannata alla sottoproletarizzazione perpetua. La crisi economica per altro tenderà ad accentuare i processi di formazione di un vasto sottoproletariato, se con questo termine si intendono l’instabilità, la fluidità organizzative e l’incapacità di riconoscersi come classe.

L’intellettualizzazione del lavoro subalterno, la condizione giovanile, l’immissione di forza lavoro femminile e migrante, la dispersione della classe operaia della grande fabbrica, la fluidificazione del corpo sociale ecc. hanno creato negli ultimi tre decenni la base strutturale su cui si innestano nuove forme della politica non ancora capaci di sostituire le vecchie, che d’altra parte attraversano una crisi profonda.

La crisi delle sinistre nel loro complesso, che in Italia appare in questo momento addirittura mortale, ha prodotto un’incapacità quasi totale di misurarsi con i compiti della ricostruzione, con le novità e ciò che del passato è necessario e possibile recuperare. E l’incapacità è soprattutto l’effetto dei moventi all’agire di un personale politico selezionato in un processo di adattamento permanente a uno stato di cose e da preoccupazioni di carriera e di potere.

10. Perché il “movimentismo”

L’esigenza di ripensare i percorsi per la costruzione dell’alternativa è legata quindi alle vicende del conflitto di classe negli ultimi tre decenni, durante il quale il proletariato, nel senso anche politico del termine, ha subito attacchi in parte di natura diversa da quelli degli anni Venti e Trenta. Allora in alcune società europee l’avanguardia politica fu perseguitata e le organizzazioni politiche e sindacali del proletariato furono sciolte e disperse, mentre la classe (superata la fase più acuta di crisi) continuò a mantenere o addirittura accrebbe la sua forza strutturale.  Si poteva quindi ragionevolmente prefigurare quello che poi davvero avvenne, cioè che una sconfitta militare e politica della destra estrema avrebbe rimesso in moto i processi attraverso i quali la critica al capitalismo reale acquista il corpo della parte subalterna della società, la rende classe e la candida al potere o a forme parziali di potere.

Negli ultimi decenni l’attacco è stato portato invece prima di tutto alla classe stessa, alla sua capacità di agire come soggetto collettivo, di riconoscersi come classe e di costituire proprie forme di rappresentanza.   Sinistra Critica ha più volte detto di voler costruire un “nuovo movimento operaio” e il proposito resta naturalmente fermo. Tuttavia, se si pensa che con quella formula è stato chiamato un insieme complesso di realtà statuali, sociali, politiche, militari, culturali, simboliche ecc. ci si può rendere conto di quanto sia difficile prefigurare sia i percorsi sia le loro risultanti. Il vecchio movimento operaio tra l’altro non è stato affatto il prodotto di una crescita lineare di una soggettività politico-sociale nel seno stesso del modo di produzione capitalistico, ma anche l’effetto di eventi inattesi e irripetibili o di cui non è comunque possibile teorizzare la ripetizione. Cogliere l’insieme delle dinamiche e delle soggettività che agiscono e agiranno nel senso della ricostruzione di un “nuovo movimento operaio” è quindi tanto difficile quanto fondamentale. E la possibilità di coglierle è oggi strettamente legata all’impegno per una presenza nei sommovimenti e nella riorganizzazione politica della parte di società che non gode di privilegi e di poteri.

Per questo Sinistra Critica rivendica il proprio “movimentismo”, ma attribuisce al termine un significato diverso da quello attribuitogli dalla sinistra di cultura socialdemocratica, post-stalinista o trockijsta-dogmatica. Il nostro movimentismo non è sottovalutazione dell’importanza di un progetto organizzato di alternativa allo stato di cose esistente, di un partito anche se assai diverso da quelli più diffusi e più noti nel Novecento.

Il nostro “movimentismo” è convinzione profonda che una rifondazione, un nuovo movimento del lavoro salariato, una ricostituzione di rapporti di forza ecc. non saranno possibili senza l’immersione profonda di una critica anticapitalistica nel corpo sociale. E che questa critica, per essere davvero efficace, deve trarre dall’immersione nel corpo sociale gli elementi per riformulare proposte, programmi e progetti. Questo significa non essere nei movimenti solo quando ci sono. Significa anche lavorare perché ci siano, tornare ai cancelli delle fabbriche e mettere radici nelle università, affrontare gli ambienti ostili o disillusi, fare i conti con la cosiddetta antipolitica , trovare argomenti e linguaggi capaci di raggiungere il senso comune.  Il lavoro nei sindacati, la costruzione di nuove entità politiche o di reti e alleanze devono quindi avere come criterio quanto essi avvicinino o allontanino da questo modo di concepire il percorso verso l’alternativa.

Non si tratta infine di sostituire alla classe operaia il cosiddetto “cognitariato”, ma di pensare i processi di ricostruzione di soggettività anche in termini di ricomposizione politica  e organizzativa.

Ciò che risulta per ora difficile prefigurare sono le forme di questa ricomposizione e della ricostituzione del lavoro salariato in classe.

11. Una diversa distribuzione della ricchezza

L’immersione nel lavoro subalterno nelle sue molteplici configurazioni ha un senso se porta con sé elementi di critica e di proposta, di memoria e di progetto, anche solo parziali e da verificare, arricchire o correggere nel rapporto con la società, i suoi movimenti e le espressioni del suo senso comune.

Sinistra Critica ha individuato nella questione salariale l’aggancio più immediato al corpo sociale e anche quello più capace di coinvolgere e unificare settori diversi e assai ampi. Un salario minimo per chi lavora, un salario sociale per chi non lavora e senza l’obbligo di accettare sfruttamento e precarietà, il ripristino di meccanismi di scala mobile e il recupero del fiscal-drag  sono le proposte che abbiamo portato nei luoghi di lavoro, nelle università e nelle strade.

Come era ovvio, la campagna di Sinistra Critica ha dovuto fare i conti con lo scetticismo e la disillusione. Molti anni di educazione sentimentale alla sconfitta esercitata dalle confederazioni sindacali e la prova di se stesse data dalle sinistre al governo hanno lasciato segni profondi prima di tutto in coloro che sembrano destinati a pagare il prezzo più alto alla crisi. E’ per questo che le proposte vanno oggi assai più che in passato argomentate. E a beneficio della sinistra stessa, che ha così profondamente interiorizzato un realismo presunto da diventare incapace di comprendere il significato di proposte che fanno parte della storia del movimento operaio del Novecento e che la crisi riattualizza.

Prima di tutto noi rivendichiamo ciò che sarebbe giusto e razionale, denunciando ciò che ingiusto e irrazionale, perché un’altra ottica progressivamente si radichi tra coloro che hanno l’interesse a guardare il mondo da un altro angolo di visuale. E perché ne derivi un agire politico coerente con una condizione sociale. E’ giusto che, dopo molti anni di trasferimento di ricchezza dai salari ai profitti, si realizzi il processo inverso come è giusto che i salari vengano poi protetti da meccanismi di scala mobile, che producono dinamiche inflattive solo se non si impone al padronato di non recuperare con l’aumento dei prezzi ciò che le lotte li hanno costretti a restituire. E’ giusto che i giovani non siano condannati alla precarietà e quindi che vengano cancellati sia la legge 30 sia le misure del governo di centro-sinistra che l’hanno anticipata. E’ giusto che, se la disoccupazione si diffonde e si cronicizza, oltre al salario sociale siano previste forme di divisione delle ore di lavoro tra occupati e disoccupati a parità di salari, riparametrati sulla base del salario minimo. Come è giusto che la finanza non venga premiata per i disastri che ha prodotto e che non avvenga, con il pretesto della difesa dei consumatori, una colossale privatizzazione di fondi pubblici.

E’ giusto che siano sanzionate le aziende che occupano un numero troppo ridotto di donne e che le lettere di dimissioni volontarie siano scritte su moduli numerati per evitare il ricatto al momento delle assunzioni alle giovani, che sono spesso costrette a firmare lettere di dimissioni in bianco perché le aziende possano servirsene per licenziarle in caso di gravidanza. E’ giusto che esigenze umane vitali siano sottratte al mercato: l’acqua, che è un bene comune; la salute, che si preserva con un sistema sanitario pubblico, di cui dopo la seconda guerra mondiale sono esistiti validi esempi in Europa; l’istruzione, a cui è affidato il destino non solo delle nuove generazioni ma della civiltà stessa. Non rivendicare mai ciò che sarebbe giusto perché i rapporti di forza non lo consentirebbero,  contribuisce a cristallizzare una condizione di inferiorità e consolida l’abitudine a vedere l’ingiustizia come un fenomeno naturale e inevitabile.

Bisogna perciò che ogni nostra specifica lotta o campagna, anche su rivendicazioni settoriali e minime, sia accompagnata da didascalie semplici e capaci di spiegare un concetto di fondo. Deve penetrare nel corpo sociale l’idea che non sarà possibile evitare gli effetti peggiori della crisi se in qualche modo non la paga chi l’ha prodotta e se non si realizza uno spostamento di ricchezza in senso inverso, cioè dai profitti e dalle rendite ai salari e ai servizi pubblici. E’ necessario quindi un forte aumento dell’imposizione fiscale che colpisca solo i redditi dei più ricchi; una tassazione delle rendite finanziarie, che escluda pensionati e lavoratori a basso reddito; una patrimoniale sui beni mobili e immobili delle grandi imprese, delle società finanziarie e del Vaticano. Bisogna lottare contro la speculazione immobiliare, ridurre le spese militari, riconvertire l’industria bellica, ripubblicizzare le grandi società industriali, socializzando questa volta i profitti.

Noi non rivendichiamo solo quello che sarebbe astrattamente giusto. Noi rivendichiamo ciò che serve all’obiettivo primo del nostro attuale percorso, cioè alla ricostituzione del soggetto (o dell’insieme sinergico di soggettività) dell’alternativa. Malgrado la loro apparenza di grandi pretese le misure sul salario, sulle pensioni, sull’occupazione e sul welfare sono ciò che può davvero restituire al lavoro salariato condizioni di vita dignitose e capacità di percepirsi come classe.

Noi rivendichiamo ciò che è oggi credibile, anche nella permanenza di un senso comune che continua a fare del mercato un dogma. La natura della crisi e le sue analogie con il 1929 rendono evidente che per il capitalismo stesso l’unica soluzione che non comporti una specie di disastro universale sarebbe il rilancio del potere d’acquisto di settori della popolazione più ampi possibile. Disoccupazione, precarietà, bassi salari e basse pensioni, erosione continua del welfare ecc. sono gli ostacoli che rendono problematico il rilancio. La cosa è talmente evidente che il governo della destra italiana mima attraverso la pratica delle elemosine ciò che in tutt’altra forma servirebbe fare.

Per comprendere perché i capitalisti non faranno ciò che obiettivamente sarebbe necessario fare per salvare il capitalismo nel suo complesso, bisogna ancora tornare a Marx che descriveva le esigenze e le spinte contraddittorie che lo caratterizzano. Ciò che sarebbe utile al sistema, non necessariamente è utile alle diverse entità e ai singoli che lo costituiscono.

La nazionalizzazione integrale di banche e assicurazioni (per esempio), che dovrebbero diventare servizi pubblici, sarebbe un fattore di razionalizzazione del mercato stesso. Non è possibile tuttavia che questa sia la soluzione spontanea della crisi finanziaria perché interessi potenti, sovrapposizioni tra profitti e rendite, forze sociali con adeguate possibilità di condizionare i governi lo impedirebbero.

12.  Per un ecologismo marxista

La questione ambientale non può essere posta in progetti diversi e paralleli rispetto a quello su una nuova distribuzione delle ricchezze. E’ necessario quindi elaborare programmi che se ne assumano contestualmente la responsabilità, affrontando le difficoltà e le contraddizioni che un compito del genere comporta. Una delle principali difficoltà consiste nel fatto che la burocratizzazione del movimento operaio ha avuto come conseguenza la nascita di un ecologismo troppo spesso estraneo alla critica del capitalismo. E’ invece impossibile affrontare l’emergenza ambientale senza aver presente il nesso tra modo di produzione capitalistico e crisi ecologica, sfruttamento e devastazione della natura. Non si può negare che altri modi di produzione e altri sistemi sociali possano avere (e hanno avuto) un impatto inquinante, ma questa constatazione in sé non cancella l’altra e cioè che le logiche su cui rendite e profitti si fondano sono la principale ragione dell’attuale stato di cose. Solo una rottura con il capitalismo può aprire la possibilità di una soluzione della crisi ambientale e della costruzione di un modo di produrre compatibile con i cicli naturali.

Questo non significa che siamo all’anno zero dell’ecologismo marxista. Al contrario si sono sviluppate negli ultimi decenni analisi, esperienze, forme di organizzazione e di lotta già segnate dalla presenza di una critica marxista, sia pure embrionale e frammentaria. Un percorso di alternativa può fondarsi oggi sul lavoro intellettuale di scienziati, medici, studiosi capaci di contrapporre alle ricerche tranquillizzanti e falsate promosse dalle multinazionali altre verità e altri punti di vista. Può attingere a esperienze di organizzazione e di lotta su temi specifici dal nucleare, agli inceneritori,  alla difesa di un intero ambiente naturale come la NO-TAV in Val di Susa. Dispone del potenziale di una diffusa disponibilità della gente a difesa della vivibilità di un quartiere, di un villaggio o di una zona. La logica del not in my… si afferma inevitabilemnte solo se i comitati che si formano e si disfano vengono abbandonati  a se stessi o peggio all’intervento della Lega. Deve avere la capacità di coinvolgere il movimento sindacale, attraverso il quale i temi ambientali non solo possono penetrare più a fondo nel lavoro salariato, ma anche indirizzare i progetti su nuovi modi di produrre e più eque distribuzioni delle ricchezze. Di fronte all’emergenza climatica un’organizzazione sindacale disposta a fare il suo mestiere dovrebbe richiedere la creazione di un’impresa pubblica pura nell’ambito dell’isolamento e del rinnovo energetico degli edifici; lottare per una coerente politica dei trasporti pubblici; investire sull’azione internazionale dei lavoratori per imporre obiettivi di riduzione delle emissioni a livello mondiale e investimenti nella ricerca tecnologica; difendere la formazione/riconversione dei lavoratori minacciati dalla transizione verso una società sobria in carbonio con mantenimento dello stipendio e dei diritti; popolarizzare l’idea che l’energia è un bene comune, come l’acqua, e non può quindi essere lasciato nelle mani di società private ecc. ecc.

L’emergenza climatica è solo il problema più immediato e più grave e lavorare per un’alternativa significa invece doverne affrontare molti altri, per esempio quello dei cibi transgenici. La loro diffusione già ipoteca il futuro prossimo della specie umana, colpendo i più giovani che espone ai rischi di allergie e sterilità e ad alterazioni di cui non è ancora possibile definire la natura.

Sinistra Critica è impegnata nel lavoro collettivo di elaborazione di una teoria ecologista marxista, che superi la logica difensiva di risposta alle critiche rivolte al marxismo dall’ecologia politica. A questa elaborazione non deve sfuggire un aspetto che nelle analisi si suole porre sotto altro titolo, quello della guerra e della pace. La vivibilità del pianeta è fortemente condizionata dall’esistenza di una rete vastissima di armi di distuzione di massa, soprattutto a energia nucleare, i cui modi di produzione e stoccaggio sono caratterizzati da un’altissima capacità inquinante e che soprattutto sono una permanente minaccia di un inquinamento definitivo, letale e al di là di ogni immaginazione.

13. Il lavoro salariato e la diversità delle sue esistenze

La difficoltà del lavoro salariato a riconoscersi come classe non deriva solo dai processi di frammentazione legati alle sconfitte del movimento sindacale. Il capitalismo, le sue istituzioni e le sue mediazioni politiche, per segmentare e gerarchizzare  le classi subalterne, fanno leva anche sulla diversità delle condizioni di esistenza. Donne e migranti si trovano ai gradini più bassi di una gerarchia interna, in cui le donne-migranti sono le ultime degli ultimi e affollano il cosiddetto “terziario povero” ormai da tempo. Nelle diversità di sesso, di nazionalità, di cultura, di generazione ecc. si trovano le radici più profonde di una guerra tra poveri, che è legata anche ad altri fattori meno difficili però da sradicare. Tuttavia non è il capitalismo in quanto tale a trasformare le diversità in disuguaglianze. Il capitalismo le rafforza, le cristallizza (ma talvolta anche le incrina o le sovverte), non le crea. Le disuguaglianze che potremmo chiamare “esistenziali” sono l’effetto di altre relazioni di potere preesistenti al capitalismo o comunque non riducibili alla sola relazione di classe. Un progetto che mantenga la lotta di classe come riferimento più immediato non può etnicizzare e biologizzare il problema del divide et impera, ma non può nemmeno ridurre il tutto all’uguaglianza dei diritti sul lavoro.

La ricomposizione del proletariato in classe si pratica quindi lottando, lungo il percorso stesso verso l’alternativa, contro tutte le relazioni di potere, la loro archeologia o il loro fantasma. Il rapporto uomo-donna è ancora un rapporto di potere, il più antico e quindi il più tenace. Si manifesta sul lavoro condannando le donne alla precarietà, alla segregazione orizzontale e verticale e a un di più permanente di fatica e dispersione. Ma non si manifesta solo sul lavoro, né si distrugge solo con le lotte sindacali. Il rapporto di potere si spezza, se le donne acquisiscono senso di sé e autonomia intellettuale e psicologica, oltre che autonomia economica.

Le forme di autorganizzazione delle donne, le lotte per la laicità dello Stato e per la libertà di decidere del proprio corpo e della propria vita, la rivendicazione di misure antidiscriminatorie ecc.  hanno a che fare con la costruzione di “un nuovo movimento operaio” assai più di quel che appare.

Gli uomini delle classi subalterne sono stati sconfitti anche perché si sono messi talvolta nelle mani di destre misogine, a cui hanno affidato un primitivo desiderio di restaurazione degli antichi rapporti di genere e di controllo sulle donne.

Un discorso diverso, ma per alcuni aspetti simile, vale per i migranti. A loro modo anche le migrazioni sono l’effetto di una relazione di potere, quella instaurata dall’Europa con il resto del mondo a partire dal XVI secolo. Oggi essere migranti – in Italia e altrove – rappresenta comunque una condizione di svantaggio sia perché i migranti non sono elettori, sia perché provvedimenti e leggi tendono ad aggravarla e perpetuarla. Avviene così che, quando i lavoratori non riescono a lottare per i loro diritti, scoppi la guerra contro i lavoratori stranieri per la precedenza nei posti migliori, nel consumo e nell’accesso ai servizi.

Sinistra Critica continuerà a lavorare e a manifestare perché i centri di detenzione siano aboliti, per la libera circolazione degli esseri umani, perché i diritti siano legati alla residenza e contro ogni forma di razzismo e xenofobia.

La crisi economica, la crisi di identità del lavoro salariato e la crisi delle sinistre europee rende oggi questo paragrafo del nostro progetto anche più importante che nel passato remoto e prossimo. Si rafforzerà infatti per il capitalismo l’esigenza di affidare le mediazioni con la società a forze e istituzioni conservatrici, che costruiscono le proprie fortune elettorali facendo leva sulle superstizioni popolari e sulla creazione di fictions politiche capaci di rendere oscure anche le verità più semplici. Il ruolo di queste forze e istituzioni autorizza (per esempio) in Italia gli episodi di violenza contro gli stranieri, le persone lgbt e le donne come espressione più degradata e demente della guerra interna alle classi subalterne.

14. Democrazia e libertà nelle lotte per l’alternativa

Non è pensabile, non è credibile e non ha futuro un progetto politico che non si misuri con i temi della democrazia e della libertà. Marx non è affatto il teorico dell’uguaglianza perché si può essere uguali nell’ignoranza e nella miseria. Marx è il teorico dell’uguale libertà, il critico della democrazia e della libertà formali, che non consentono agli esseri umani di essere tutti ugualmente liberi e liberamente diversi.

Le democrazie parlamentari del mondo nordoccidentale non hanno solo il limite di essere astratte e formali. Esse nascondono agli occhi dei più la carica di repressione, violenza e pratiche illiberali che ogni classe o casta dominante tiene in serbo per le rivolte eventuali dei propri Iloti. Un percorso di alternativa deve perciò essere caratterizzato da un’attenzione costante ai temi della democrazia e della libertà e in due sensi. Nel senso di pretendere dalla democrazia liberale la coerenza con i suoi principi. Nel senso di lottare per un’altra democrazia con la consapevolezza che le forme stesse della democrazia parlamentare rendono quei principi ipocriti e astratti.

Per altro un’involuzione di tipo autoritario interessa oggi le democrazie del mondo nordoccidentale. Un’involuzione graduale e non lineare ha accompagnato gli anni della finanziarizzazione, delle sconfitte del lavoro salariato e del sistematico rilancio delle guerre.

Come è ovvio, le dinamiche involutive non sono stete uguali nei diversi paesi a collaudata democrazia liberale. All’Italia è toccato di nuovo il ruolo di laboratorio degli esperimenti reazionari più spregiudicati. Il berlusconismo infatti esemplifica, concretizza e accentua le tendenze più generali alla crisi di civiltà e alla formazione di sistemi politici di tipo plebiscitario e autoritario.

Le sinistre non sono state capaci di resistere alla sua ascesa anche perché i criteri di selezione dei suoi apparati le hanno rese incapaci di comprendere la combinazione di fenomeni vecchi e nuovi che hanno consentito al berlusconismo di nascere, di svilupparsi e di avvicinarsi pericolosamente all’obiettivo dichiarato di cambiare il paese.

Rivoluzione mediatica e rapporto della destra italiana con i media, disarticolazione e perdita del senso di sé delle classi subalterne impongono oggi che i presìdi democratici siano ricostruiti a partire dal corpo sociale. Pretendere di governare senza che la ricostruzione sia compiuta o comunque avanzata produce l’effetto contrario a quello desiderato. Il lavoro di radicamento – che del resto la sinistra radicale predica ma non realizza – diventa inefficace e vano, quando da posizioni di governo si condivide la responsabilità di ingiuste relazioni sociali e di misure che rendono più difficile la vita quotidiana di milioni di persone.

Dall’opposizione è possibile anche la battaglia per la democrazia e per la libertà. Sinistra Critica è per il proporzionale e contro gli sbarramenti, per un accesso egualitario ai media e perché possano accedervi anche le forme di autorganizzazione sociale. Rifiuta le censure, si batte per la libertà di insegnamento, rivendica una scuola superiore obbligatoria e uguale per tutte e per tutti che nello stesso tempo renda consapevoli del mondo e capaci di acquisire più agevolmente le professionalità specifiche.  Riconosce nel controllo sui corpi una delle forme più odiose di violenza. Ha lottato per l’autodeterminazione delle donne, per i diritti del popolo lgbt, contro la legge 40 sulla fecondazione assistita. E’ dalla parte di coloro che chiedono il diritto a decidere non solo della propria vita, ma anche della propria morte, nei limiti in cui questa possibilità è concessa agli esseri umani.

Afferma che le genti di altri paesi devono essere libere di costruire luoghi di trasmissione della loro cultura e di celebrazione dei loro culti. Ritiene attuale e irrinunciabile la lotta la fascismo e si impegna nella battaglia contro il revisionismo storico e le sue vulgate nei media.

Sinistra Critica, tuttavia, non ha un progetto organico di democrazia liberale, perché ritiene che un’alternativa non può che essere caratterizzata da un’altra democrazia, in cui la sfera della politica sia sempre meno  separata e non si cristallizzino le categorie distinte dei rappresentanti  e dei rappresentati. Naturalmente non ignora le difficoltà di realizzazione di un simile proposito e  i limiti anche delle esperienze migliori di autorganizzazione del lavoro salariato e di controllo popolare sulle scelte economiche e politiche.

Tuttavia questa è la direzione obbligata di un percorso di alternativa. Il sogno di uguale libertà del marxismo e del movimento rivoluzionario del 1917 si è infranto proprio contro questo ostacolo. Una burocrazia con interessi propri, angoli di visuale propri, relazioni privilegiate proprie ha condotto al fallimento la prima rivoluzione proletaria vincente della storia. Ancora oggi l’eredità peggiore delle sinistre del Novecento condiziona in Europa, e in Italia in modo particolare, la costruzione di un nuovo movimento di liberazione delle classi subalterne.

15. Imparare di nuovo che un’altra società è possibile

Il percorso di costruzione di un’alternativa ha bisogno di una sinistra che abbia reimparato la lezione difficile per cui un altra società è possibile. Non si può infatti teorizzarlo, raccontarlo, insegnarlo se non lo si impara di nuovo. “Un altro mondo è possibile” può essere lo slogan per i giorni della festa, dietro cui si nasconde lo scetticismo sulle prospettive di cambiamento della vecchia burocrazia. Dal momento che non di rado le persone pensano ciò che desiderano pensare, il conservatorismo sociale burocratico si è spesso cristallizzato in una visione statica del mondo, nelle forme di un supposto realismo in sintonia con il senso comune. Si potrebbe davvero scrivere una storia del realismo e dei suoi esiti surreali. L’ultimo episodio conosciuto è la partecipazione della Sinistra Arcobaleno al secondo governo Prodi. Agli oppositori dell’idea sciagurata di mettere le proprie sorti nelle mani di un grand commis della finanza sono state impartite a suo tempo lezioni di realismo, accompagnate da ironie sulle “anime belle” e da luoghi comuni sull’esigenza di “sporcarsi le mani”. Come se le mani delle sinistre non si fossero già sporcate abbastanza con la partecipazione alle guerre imperialiste e alla spoliazione neo-coloniale della socialdemocrazia, con lo stalinismo, con il più recente sostegno all’incremento delle spese militari,  al raddoppio della base di Vicenza e alla guerra in Afghanistan.

Reimparare che un’altra società è possibile non può ridursi a un atto di fede, né essere una proiezione sul XXI secolo delle dinamiche che hanno caratterizzato il XX, spesso non ancora fino in fondo comprese. Imparare di nuovo significa cogliere le potenzialità di cambiamento che sono presenti in un contesto storico  e alle potenzialità che portano nella direzione in cui desideriamo andare, applicare la forza della volontà e della passione. Reimparare che un’altra società è possibile rappresenta soprattutto un atto dell’intelligenza, perché comincia dall’individuazione delle dinamiche obiettive a cui volontà e passione devono essere applicate.

16.  Nuovi protagonisti e rinnovati progetti di società

Se un programma, un progetto non possono essere concepiti che come un percorso, come un ponte su cui transitare da uno stato di cose a un altro, questo non significa che altre esigenze debbano essere ignorate. Sinistra Critica pensa che sia anche necessario disegnare un progetto di società diversa da quella che – crisi o meno –  ha condotto l’umanità al disastro ambientale, alla guerra permanente, all’aggravamento delle ingiustizie, alla regressione culturale e civile. Non si tratta di un programma massimo, che caratterizzò a suo tempo il socialismo della domenica. E’ un’esigenza maturata in un passato molto più recente sia per lo spessore delle attuali emergenze, sia per la presenza sulla scena politica di articolazioni specifiche del lavoro salariato.

Le lotte di studenti, insegnanti, precari del cosiddetto lavoro immateriale, lavoratrici e lavoratori del pubblico impiego ecc. rivelano ormai da tempo processi di intellettualizzazione del proletariato e di proletarizzazione del lavoro intellettuale. La cosa politicamente più significativa di questi processi è che essi tendono a creare uno strato spesso di intellettuali marginali (cioè marginalizzati dalla precarietà e dalla svalorizzazione di tutto il lavoro salariato) in cui è più facile che si affermino pratiche politiche non in contrasto con la propria condizione sociale. Questi intellettuali sono anche “massa”, nel senso di protagonisti di rivendicazioni e di lotte proprie del lavoro salariato.

Essi immettono quindi nel conflitto politico e sociale anche bisogni e capacità specifiche.  Negli ultimi decenni giovani intellettuali hanno acquisito nel proprio campo di competenze la consapevolezza del vicolo cieco in cui il capitalismo ha gettato l’umanità e hanno tentato di elaborare proposte alternative sul piano dell’economia, dell’ecologia, dei rapporti di genere ecc. Il loro lavoro può essere nello stesso tempo una condizione per conquistarne l’adesione alla critica del capitalismo e un contributo essenziale a un progetto ben più articolato di alternativa. Questo lavoro non può essere commissionato da una forza politica o deciso da un comitato centrale, perché è il risultato  di dinamiche obiettive per altro già parzialmente in atto, ma non può essere nemmeno concepito come la risultante spontanea  di movimenti al margine del mondo accademico.

Serve una direzione politica e un rapporto con le lotte secondo modalità che il movimento del Social Forum aveva embrionalmente e parzialmente cominciato a delineare.

17. Comunista, ecologista, femminista

La nascita di Sinistra Critica all’interno di un partito in cui si erano raccolte storie diverse ci lascia un altro impegno. Abbiamo bisogno di definire meglio che cosa significhino i tre termini inscritti nel nostro simbolo: comunista, femminista, ecologista. L’esigenza non deriva solo dalla diversità delle nostre storie ma anche da ciò che una sola storia (quella del Novecento) lascia a tutte e a tutti in eredità. Per le caratteristiche che la burocratizzazione del movimento operaio aveva fatto assumere alle sinistre europee, i movimenti femministi ed ecologisti sono nati spesso in polemica con la tradizione marxista e sono quindi restati estranei alla critica del capitalismo.

Per quel che riguarda il movimento femminista (per esempio), alla maggioranza dei suoi gruppi continua a sfuggire il nesso tra capitalismo e patriarcato, certo contraddittorio e non facile da cogliere, ma decisivo. La sua sostanziale invisibilità rende in molti casi inefficace l’agire politico delle donne, che pure continuano a radicalizzarsi in senso femminista, soprattutto in Italia dove l’antagonista ideologico, e quindi più visibile, è il medioevo vaticano.

Il problema è che, nel migliore dei casi, la critica anticapitalistica si addiziona a quella contro il patriarcato e rende l’impegno nella lotta di classe alternativo a quello contro le strutture patriarcali e l’eterosessualità obbligatoria. Per le femministe di Sinistra Critica non si tratta di tornare indietro, riducendo ogni conflitto a conflitto di classe, ma di andare avanti seguendo le orme di donne di minoranze razziali o di popoli colonizzati, il cui femminismo si articola all’interno della lotta antirazzista e antimperialista. E’ significativo che attraverso l’analisi delle intersezioni tra genere, “razza”, nazionalità ecc. negli USA proprio il femminismo riscopra la nozione di classe e del suo peso determinante nelle relazioni di potere. Un femminismo anticapitalistico, così come un ecologismo anticapitalistico, non sono cose che Sinistra Critica deve adottare, ma che deve contribuire a costruire perché in larga misura assenti sul piano delle pratiche e delle idee.

L’impegno è anche più difficile per quel che riguarda il comunismo.

Il comunismo ha una lunghissima storia, cominciata molto prima della nascita di Karl Marx, presente in sette religiose popolari o nelle aspirazioni di intellettuali del mondo antico e moderno. Significa accesso egualitario alle risorse e divisione equa delle ricchezze prodotte. Sinistra Critica è comunista perché ritiene che l’alternativa all’attuale stato di cose sia la socializzazione dei principali mezzi della produzione e la partecipazione popolare alle decisioni politiche attraverso forme di democrazia diretta e di autorganizzazione.

Rispetto alla storia più recente Sinistra Critica ha scelto di fare parte di una genealogia politica rivoluzionaria e antiburocratica. Oggi appare forse più evidente che mai la funzione di questa storia nella costruzione di percorsi verso l’alternativa. Essa rappresenta prima di tutto una distanza dalle logiche che hanno caratterizzato le burocrazie del Novecento e le loro ulteriori involuzioni attuali. In una fase del conflitto sociale in cui ricostruire, ricominciare, rifondare è più importante che conservare si rivelano del tutto inidonei a ricominciare i moventi e gli interessi specifici che sono stati dominanti nell’organizzazione del lavoro salariato del secolo scorso. Ma il legame con una storia non ha solo la funzione negativa – anche se in questo momento fondamentale- di estraneità all’eredità contro cui si sono infrante le speranze di rifondazione. E’ anche un complesso di lotte, di resistenze, di critiche, di proposte di cui lungo il percorso le nuove generazioni dovranno riappropriarsi.

Leave a Comment